Willie Peyote: “Amo la musica che mi fa muovere culo e cervello”

Per fortuna che Willie Peyote c’è e che “Castigat ridendo mores” (“Corregge i costumi ridendo”) o almeno pone sul tavolo la mediocrità dei tempi d’oggi in Italia. Tra i 26 big che saliranno sul palco della 71esima edizione del Festival di Sanremo, il rapper e cantautore torinese classe 1985, al secolo Guglielmo Bruno, presenterà il brano “Mai dire mai (la locura)” che dissente con ironia dalla cultura dilagante basata sul peggior conservatorismo che si copre di paillettes, dalla superficialità e dalle mode tecnologiche che sembra facciano fare un passo in avanti nascondendo che se ne fanno due indietro. È singolare che il titolo si rifaccia ad un monologo, quello della Locura, tratto dalla serie più intelligente e ironica sui vizi della cultura mediatica italiana, cioè “Boris”. “La canzone – racconta Willie Peyote – parla di come ci siamo ormai abituati a mettere al primo posto il mero intrattenimento, in tutti i campi, dall’arte e alla cultura, passando per lo sport e arrivando anche alla politica. Avere un personaggio che funziona è più importante che avere talento, avere il consenso è più importante che avere un programma, far parlare di sé è più importante che avere qualcosa da dire. Anche in pandemia ‘the show must go on’ quindi si gioca lo stesso anche con gli stadi vuoti, teatri chiusi e concerti annullati ma con gli streaming e i talent show la giostra sembra continuare a girare. Ad aprire la mia canzone una citazione tratta dalla serie ‘Boris’ che tutti conoscono come il monologo della Locura: ‘questa è l’Italia del futuro: un paese di musichette mentre fuori c’è la morte’“. Nel testo ci sono dei passaggi chiave che fanno molto pensare come “l’Italia è una grande sit-com” e “sembra il Medioevo più smart e più fashion”. Il brano è una riflessione dissacrante sull’attualità, ricca di saggezza, capace di accendere il cervello con freschezza e leggerezza. Ma le critiche già sono piovute da più parti, soprattutto sui social. “L’obiettivo di quello che faccio è sempre sviluppare una discussione intorno alle cose che dico – afferma Willie Peyote -. Accetto le critiche e le prese in giro perché se uno sale sul palco e prende in giro gli altri è anche giusto che venga preso in giro lui per primo. Non mi nascondo dietro un dito. Sapevo che ci sarebbe stato il polverone. Non è niente di dichiaratamente offensivo perché non mi piace prendere in giro la gente. È un troll (nel gergo di Internet è un messaggio provocatorio, ndr) e ha colto nel segno“.

In particolare, è stato contestato il passaggio “Non ho capito in che modo twerkare vuol dire lottare contro il patriarcato”. “Mi sono permesso di chiedere se il twerking (ballo in cui il ballerino o la ballerina scuote i fianchi su e giù velocemente sul proprio asse verticale, creando così un tremolio sulle natiche, ndr) all’interno di una kermesse come Sanremo, mentre si parla tanto con retorica della parità di genere, dei femminicidi etc., come può essere che diventi simbolo militante, ma in quel contesto lì, non fuori da lì“, spiega l’artista, aggiungendo: “Io non mi permetterò mai di dire agli altri come devono fare quello che vogliono fare. Il mio non è un tentativo di spiegare alle donne come si combatte il patriarcato, è un tentativo di togliere la polvere. Visto che muore una donna al giorno uccisa dal compagno, forse abbiamo un problema più grosso del twerking in questo momento. L’anno scorso ci furono dei momenti di una retorica imbarazzante e non è cambiato niente, quest’anno gli omicidi sono scesi del 30% e i femminicidi sono rimasti uguali, anzi sono in aumento. Viviamo in un paese in cui a ogni governo che viene eletto si contano le quote rosa. Ma siamo nel 2021, ma ancora dobbiamo contare le donne che ci sono dentro al governo? Non è follia che stiamo ancora qui a porci questo problema? Il punto è che siamo un paese retrogrado. Questo cerco di dire nel pezzo. Ma perché ci poniamo il problema del numero? Dovrebbe essere talmente scontato che le donne ci siano nel governo che non dovremmo più contarle. Il paradosso è quello, io volevo semplicemente cercare di dire questo. Non voglio insegnare niente a nessuno. Io non voglio mai insegnare niente a nessuno e mi spiace venga percepito così, ma io pongo delle domande e credo di essere legittimato a farlo. Poi se la gente mi dice ‘tu lo dici perché non sai twerkare’, ma menomale, volete vedere me twerkare? Mi sembra una stronzata. Se poi la metti su quel piano diventa uno scherzo per tutti, ma io non mi permetterò mai di dire a chi twerka come si fa, né dove farlo, io mi ponevo il quesito: siamo davvero sicuri che in quel contesto lì sia un buon segnale per il pubblico medio? Non per te che lo stai facendo. Ma come arriva alla gente? Tutto lì“.

Altro passaggio della canzone al centro del dibattito è “Le major ti fanno un contratto se azzecchi il balletto e fai boom su Tik-tok”. “Il problema non è Tik Tok, il problema è che da quando è nato Tik Tok siamo noi ad aver cambiato il modo di fare la musica ed è questa la domanda che mi porrei – sostiene Willie Peyote -. Dopodiché Tik Tok non è un problema in sé, siamo sempre lì, è come lo usiamo. Mi fa paura che le majors aspettino qualcuno che fa il boom su Tik Tok per mettere sotto contratto quell’artista e non vadano a cercarseli come facevano una volta. Ma questo non vuol dire che chi usa Tik Tok ed è stato utile per lui, per la sua carriera sia un incompetente, non mi permetterò mai di dire questa cosa. Mi fa paura che la musica cambi per passare attraverso dei canali che già funzionano. Non è che sono contro il rinnovamento tecnologico o artistico, sto solo dicendo che un conto è cambiare il formato per metterlo su cd, un conto è fare dei tormentoni che devono durare tot secondi, quello mi spaventa un po’ di più. Sono jingle, non è più fare musica quella roba lì. Però magari sbaglio io, devo ancora capire, dopodiché non ce l’ho con Tik Tok, sia chiaro. Ce l’ho con le majors che aspettano Tik Tok per scoprire gli artisti, così come facevano due anni fa con Spotify, così come facevano con Youtube due anni prima, cioè: ma il lavoro di talent scouting che fine ha fatto?“. E se la sua canzone diventasse virale su Tik Tok? “Sarebbe come quando ‘Fuori dal tunnel’ di Caparezza è finito in discoteca, fa quel giro lì. Il punto è che lui nel pezzo discuteva di quel modo di divertirsi e finisce in discoteca il suo pezzo. Può succedere, in realtà è buffo, mi farebbe molto ridere, io non pongo limiti alla provvidenza- dice il rapper -. Se alla gente piace il pezzo che lo ascoltasse come vuole, io non voglio che sia vissuto come un attacco a Tik Tok. Se vi piace ascoltarla su Tik Tok, fare i balletti, fate quello che volete. Io non li so fare i balletti e non finisco a fare i balletti su Tik Tok sicuro, però voi fate quello che volete, ci mancherebbe altro. La mia musica una volta che la pubblico diventa degli altri, non è più mia, quindi ognuno ci fa quello che vuole“.

La cultura dell’intrattenimento potrà fare una virata dalla mediocrità? “Ci può essere un’inversione di tendenza, ma dobbiamo cambiare noi l’approccio, dobbiamo prenderci tutti un po’ meno sul serio noi e prendere più sul serio quello che facciamo e diciamo. Attraverso l’arte e lo spettacolo possiamo mandare un messaggio di questo genere anche alle ‘istituzioni’, nel senso che poi si finisce sempre a fare una gara a squadre ed è preoccupante questo discorso, dovremmo non vivere tutto sul personale“. Le qualità imprescindibili per una canzone? “Una canzone deve essere bella. L’arte deve piacere alla gente. Il primo discrimine è che sia piacevole. A me piace la musica che mi fa muovere culo e cervello contemporaneamente e che cerco di riprodurre io. Quindi vado a Sanremo con un pezzo in cassa dritta un po’ per prendere in giro me stesso, ma anche per smuovere un po’ fisicamente la gente a casa e cerco di dire qualcosa perché la musica solo per intrattenimento mi sembra un po’ fine a se stessa. Cerco di ascoltare musica che abbia entrambe le componenti, per quello sono cresciuto con artisti come i Subsonica, Daniele Silvestri, i 99 Posse, Bersani stesso, tutta gente che riusciva a mettere tutte e due le cose insieme. Il rap secondo me è un genere che lo fa di default, ha un groove importante che ti fa muovere la testa e tutto il corpo e intanto cerca di dire delle cose“. Nella serata dei duetti di giovedì 4 marzo Willie Peyote salirà sul palco insieme a Samuele Bersani presentando “Giudizi universali”, brano del 1997 scritto e interpretato proprio da Bersani. “Ho scelto questa canzone perché hanno detto ‘scegli la canzone che vuoi’ e io ho scelto una canzone che mi piace tanto per farmi un regalo – dice Willie Peyote -. Quando Samuele ha accettato a cantarla con me, a parte la gioia e la commozione, l’ho preso anche come un attestato di stima. Quindi sono molto, molto contento ed è anche un modo per prendersi una pausa dal gioco che faccio a Sanremo di prendere tutti in giro, scherzare, fare un po’ il giullare con un pezzo che riesce ad essere leggero e profondo in un modo diverso da come uso fare io, ma che ha quel tipo di principio lì, cioè dire delle cose cercando di mantenere una certa leggerezza, ma se poi scavi un secondo sotto la superficie trovi davvero dei concetti importanti e dubbi e il farsi delle domande“. L’artista dice di “giocare a Sanremo come fossi lo Spezia in quest’anno di campionato di calcio, cioè vorrei partire da underdog (sfavorito dai pronostici nell’ambito di una gara, ndr) e fare la bella figura che sta facendo lo Spezia“. Sul palco si esibirà con l’orchestra diretta da Daniel Gabriel Bestonzo ma ammette che gli mancherà la sua band: “Mi sentirò un po’ nudo senza di loro. Però sarà bello, sarà diverso perché poi so che è un programma televisivo innanzitutto, quindi lo vivremo con quell’ottica lì però spero di divertirmi, vado anche soprattutto per divertirmi, quindi spero si divertano anche quelli a casa“. Ma accetterebbe mai di fare un programma tv, come partecipare ad un talent per esempio? “Un programma tv? Se mi fanno scegliere come farlo allora sì, cioè nel senso se posso fare il mio programma tv, me lo accollo senza problemi; se devo partecipare ad un talent, no. Non è la prima volta che mi viene proposto, ho già detto di no, non è proprio il mio. Ma non perché io sia uno snob nei confronti dei talent è che proprio non è il mio contesto e non sono neanche del tutto d’accordo che la musica si debba creare in quel modo lì. Però è il mio punto di vista, non voglio insegnare niente a nessuno. Però il talent no, mai“.

Il brano in gara al festival “Mai dire mai (la locura)” (autori Guglielmo Bruno, Carlo Cavalieri D’Oro, Daniel Gabriel Bestonzo e Giuseppe Petrelli) sarà disponibile in tutti gli store digitali subito dopo essere stata presentata sul palco del Teatro Ariston di Sanremo ma sarà anche disponibile in una esclusiva versione 45 giri (disponibile dal 26 marzo), un vinile 7″ colorato che conterrà da una parte il brano sanremese e sul lato B il precedente inedito “La Depressione è un periodo dell’anno”, mai pubblicato su supporto fisico. Dopo Sanremo? “Io spero di tornare a suonare, spero che si torni a suonare presto, ne ho bisogno non solo lavorativamente, ma proprio fisicamente. Ne hanno bisogno tutti quelli della mia squadra e quindi l’unico obiettivo che ho è tornare a suonare. Come ci fanno suonare va bene. Non è più quello il punto. È un anno che siamo fermi e non ce la facciamo proprio più, quindi l’unico obiettivo è tornare a suonare“.

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