I Bounce Back: quando la vita ti dà il due di picche, si può ripartire da un “Chicco di mais”, un porto sicuro, un ancoraggio interiore

Vorrei trovare un biglietto chiuso sapendo che c’è scritta una bella cosa, ma senza poterla leggere” è il regalo che chiede per queste feste il poetico e romantico Roberto Moretti (classe 1989), voce dei Bounce Back, che nella formazione titolare è affiancato da Luca Lodigiani alla chitarra, e a cui si aggiungono il batterista Sergio e il bassista Emanuele.

Roberto, come hai incontrato Luca con cui hai formato i Bounce Back?

Ho scritto su un gruppo Facebook di musicisti di Milano chiedendo di qualcuno che fosse interessato al progetto che avevo in mente, che è appunto i Bounce Back. Mi ha riposto lui al primo colpo, tipo colpo di fulmine, e ci siamo incontrati. Io ho presentato il mio progetto, avevo in mente di fare un concept album, un certo tipo di genere musicale e ci siamo trovati veramente subito sulla stessa lunghezza d’onda. Quindi i gruppi Facebook a volte funzionano, anche il batterista Sergio che abbiamo adesso l’ho trovato così, insomma è stata una bella giocata quella del post sul gruppo Facebook“.

Bounce Back in inglese significa “Riprendersi”: cosa sta a significare?

Il nome è nato da una mia idea. Stavo scrivendo un testo che parlava di quello e quindi, partendo dal primo testo, ho poi pensato a tutto lo sviluppo narrativo dei dieci brani dell’album. Allora mi è venuto in mente quel nome lì perché era assolutamente attinente con quello che stavo scrivendo. Quindi in realtà Bounce Back sarebbe il nome dell’album che però era talmente bello, che a me piaceva, che ho detto lo propongo a Luca, o a chi verrà, anche come nome della band perché mi piaceva. Quindi, prima di trovare il nome della band, ho trovato il nome del progetto narrativo. Bounce Back piaceva a me e anche a Luca con quella doppia ‘b’, un bel suono, quindi è stato così“.

Raccontami un po’ questo percorso sulla rinascita dell’individuo attraverso i dieci brani, con “Grain of Corn” che è il terzo singolo dall’album “Bounce Back”, disco che non è ancora uscito e che immagino lancerete a ridosso dei live, quando finalmente si potranno tornare a fare.

In realtà stiamo un po’ gestendo l’uscita dei brani che sono tutti registrati e pronti, già potenzialmente domani potremmo buttarli fuori. Vorremmo buttare fuori tutto l’album a gennaio. Inizialmente era Natale, poi è stato pensato gennaio e vorremmo poi buttare fuori altri due singoli, post uscita dell’album, in modo da coprire sostanzialmente fino a fine maggio con questo album. La questione live è talmente tabù che non ci affidiamo troppo alle sensazioni di ipotetiche aperture primaverili, facciamo come se non contassero niente, se no dovremmo aspettare veramente mesi, mesi e mesi per avere un live come era prima del Covid. Quindi non facciamo troppo affidamento sul live, perché è una situazione che potrà tornare tra un bel po’. Di fatto ci stiamo muovendo con lo streaming. Per quanto riguarda la storia, l’avevo dentro e non saprei dirti come mai, nel senso che non ho avuto traumi importantissimi o cose del genere, però se mi è venuto evidentemente qualcosa c’era. È un percorso che non so neanche dirti se mi rappresenta o no. Però l’ho sentito in quel momento, quindi sicuramente è un qualcosa che è mio. In ogni brano parlo della musica come musa, quindi la musica ha un ruolo fondamentale in questa rinascita, però il ruolo fondamentale ce l’ha il ricordo, la purezza, la famiglia, il contatto umano. Infatti l’ultimo singolo parla del recupero del contatto umano, della famiglia, del ricordo, della purezza, dell’intimità, di tante cose“.

Stai parlando di “Grain of Corn”?

Esattamente, sì“.

Ho visto che ha avuto un’accoglienza incredibile su Youtube (il videoclip del brano è prodotto da Vlad Visual), quando hai avuto l’ispirazione di questa canzone?

Il brano è nato perché dopo aver scritto il primo brano, come ti dicevo, ho pensato a tutto il filone narrativo per cui le scritture erano abbastanza guidate capitolo per capitolo nel passaggio dal periodo del personaggio da down a top, quindi sostanzialmente ‘Grain of Corn’, quando ho sentito la base che Luca aveva preparato, ho detto: bene, perfetto, questo brano qua deve parlare di questo e deve parlare di riscoperta, di purezza, un po’ di malinconia, di tutte queste cose qua. Quindi è nato così: prima c’è stato il concetto e, all’ascolto della base, da parte mia c’è stata la scrittura. Invece la scelta del titolo, ‘Grain of Corn’ (‘Chicco di mais’), è perché credo, all’inizio anni Duemila, quando avevo dieci, undici anni, ho messo un chicco di mais da mia nonna, in un sottoscala, ed è ancora lì oggi, nessuno l’ha toccato. Quel chicco di mais rimane lì potenzialmente per sempre, è un po’ come un porto sicuro perché qualsiasi cosa succeda quel chicco di mais è lì. Quindi il brano l’ho chiamato così perché rappresenta un ancoraggio interiore, intimo, che ognuno ha e che va un po’ riscoperto quando la vita dà il due di picche“.

Una curiosità? Dov’è che l’hai messo precisamente? Nel sottoscala, ma dove? Chi spazza non lo porta via? O, se nella terra di un vaso, non si rigenera?

No, è lì, si scende dalle scale, c’è come un piccolo soppalco e lì mia nonna teneva delle pentole e non so come mai io a dieci anni ho preso questo chicco e l’ho messo lì, tra l’altro stavo facendo la proiezione della mia altezza di allora, che ai tempi non so se l’ho appoggiato io o qualcun’altro al mio posto, però l’idea era mia. Quindi l’ho messo lì, ma non so perché e non l’ho più toccato perché ho trovato carina questa cosa di averlo poi in futuro, infatti adesso è là a dare ispirazione“.

Mi piacciono molto le frasi che accompagnano la pubblicazione dei brani su Youtube. Per esempio su “Give you what you deserve” (“Darti quello che meriti”) è scritto: “Dedichiamo questa canzone a chi finalmente si è ritrovato, solo un passo prima che tutto andasse perduto. Questo è per coloro che darebbero tutto il possibile per recuperare una relazione con la persona amata”. Vuoi raccontare questo brano ed anche “Freedom March” che parla della lotta di tutti contro la propria ombra personale?

Ogni canzone, come ti dicevo, ha un suo motivo narrativo. Quando ho fatto uscire ‘Give you what you deserve’, ti racconto un aneddoto, io mi ero appena lasciato con la mia ex e alle persone a cui l’avevo fatto sentire è sembrato fosse riferito a lei. In realtà, no, perché l’avevo critto prima, tra l’altro quando stavamo ancora insieme, ma l’ho scritto perché doveva avere quel significato. È un brano che sostanzialmente dice una frase forte secondo me, non cerca il perdono il personaggio, cerca la considerazione che è uno step ancora prima, perché il perdono secondo me viene dopo una valutazione che una persona fa sull’altro. Quindi quel brano, più che una ricerca di perdono, è una ancora precedente ricerca di considerazione e questo è testimonianza del pessimo stato emotivo in cui si trova il personaggio dopo il suo momento di down, quindi ho trovato bella questa cosa qua. ‘Freedom March’, invece, tra me e Luca si chiama ‘Il duello’, perché io quando ho sentito quella base mi è venuto in mente un incedere, soprattutto nella fase centrale che ha proprio dello scontro, quindi c’è proprio quella fase di preparazione, minaccia, scontro e poi c’è quell’altro momento tipo post battaglia. L’ho scritta in spiaggia a Gallipoli con il sole delle 14 della Puglia sul cranio, forse ce l’avevo col sole in quel momento. Era pieno agosto. Il titolo vuol dire ‘Marcia per la libertà’. È lo scontro che il personaggio fa con la propria ombra che lo perseguita, che è sostanzialmente il motivo per cui lui parte da una fase down. Io non dico mai cos’è l’ombra, ma l’ho pensato inizialmente come le insicurezze. Io credo che ognuno venga un po’ frenato dalle insicurezze di base. Poi si può interpretare come dipendenze, quindi anche a livello di droghe e cose del genere, di fatti faccio una citazione a un certo punto sulle vene che è un po’ una strizzata d’occhio alla droga. Ma poi possono essere ansie, fragilità. Non vedo un’ombra antropomorfa, quindi non ci vedo un’altra persona come ombra, quindi la liberazione da un altro individuo. Però le letture sono libere, quindi questo è il duello: liberazione dall’ombra“.

Hai studiato psicologia?

No, però volevo farla. Ho studiato Comunicazione, Marketing a Pavia“.

Come mai hai scelto un progetto in lingua inglese?

Perché nonostante sia una grande sfida, l’ho scelto perché i miei riferimenti musicalmente sono stranieri, quindi io adoro U2, Bon Jovi, Bryan Adams, Aerosmith, ma anche gruppi come Linkin Park, Smashing Pumpkins, musica anni Ottanta, Novanta. Sono cresciuto un po’ con quella musica lì, quindi il mio riferimento era inglese. Ovviamente l’inglese è una lingua che ti dà e ti toglie, nel senso che ti toglie in quanto non essendo nativo ci metto di più a scrivere, ho il rischio di scrivere cose sbagliate senza senso, o comunque una fase di check, controllo ci vuole. Sicuramente l’inglese toglie anche un po’ di bacino di espressioni, di parole, però apre, volendo, all’estero, alla comprensione generale. Se faccio leggere a un messicano un brano, sa cosa ho scritto se sa l’inglese ed è più probabile che in Messico sappiano l’inglese che non l’italiano, questo è il discorso. Cercavo un’internazionalità o comunque che si capisse un po’ ovunque, e poi i riferimenti musicali erano quelli, per cui ho scelto l’inglese“.

Hai cercato musicisti per i Bounce Back. Ma tu hai studiato musica?

Io ho fatto lezioni di canto per un tre anni e mezzo. Ho iniziato quando avevo 22 anni. Io ho sempre cantato a casa o cose del genere, al liceo, poi mi sono bloccato, non so, ho avuto dei problemi e non ho fatto una nota per un anno e mezzo, quindi ho detto: mi devo dare una ripigliata. Allora ho detto mi iscrivo a canto così ho un continuo stimolo dall’insegnante e mi esercito tanto. Ho seguito questo percorso, poi ho smesso, e nel 2014 ho iniziato a suonare in Duomo come artista di strada, un settore tutto suo, molto particolare, e in sostanza ho fatto questo per anni come hobby finché ho detto ho qualcosa da dire, lo faccio, cerco musicisti. Non so suonare chitarra, piano o cose del genere, alla chitarra so fare qualcosa, ma comporre con la chitarra è dura, se non sai tutta la gamma di accordi e quant’altro per cui ho solo la voce da poter mettere in campo“.

E la scrittura!

E la mano, la sinistra, sì“.

Mancino?

Sì, ma solo a scrivere!“.

Quindi scrivi a mano?

Sì, infatti ho i miei testi lì che sanno un po’ di sabbia di Gallipoli… Tutti scarabocchiati, perché correggo, scrivo“.

Sempre un quadernino nella tasca?

Sì, più o meno, nel senso che uso fogli grossi e nella tasca non ci stanno, però me li porto abbastanza spesso, tant’è che li avevo portati al mare. Li usavo soprattutto l’anno scorso in pausa pranzo. Mi mettevo lì e scrivevo, quindi fogli sempre con me“.

Curiosità, che lavoro fai?

Sono impiegato in un’azienda, tengo contatti con i clienti esteri oppure guardo un po’ la fornitura. Ovviamente il sogno grosso è quello di lavorare con la musica, però questo lavoro qua me lo tengo stretto perché mi sostenta anche per la mia attività musicale, è importante“.

Mi è piaciuta molto la cover di “What’s up”.

Hai visto proprio tutto quindi! È dell’invero scorso se non erro. La cover più recente è quella dei Blind Melon su Instagram, ovviamente sono da un minuto come vuole il formato del social. Al giorno d’oggi il formato è questo: poco tempo, poca voglia di prestare troppa attenzione, quindi una pillolina su Instagram e via che si vola. Abbiamo fatto anche ‘Redemption song’ di Bob Marley e poi abbiamo messo Bryan Adams con ‘Heaven’. La scelta delle cover è dettata dalla musica che ci piace, avendo la fortuna di fare un genere che le assomiglia. Cerchiamo però anche qualcosa che si avvicini a ciò che facciamo noi, che abbia un senso, proprio come il tipo di musica, il mood, e soprattutto questa scelta qua la dobbiamo fare nel live perché comunque le cover vanno ad integrare i live dei nostri pezzi, per cui la scelta della cover è importante non solo per la resa, ma anche per l’etichetta che vogliamo darci“.

Leggo tanti commenti dei vostri fan che partecipano alle emozioni delle vostre canzoni, ce n’è uno – su Youtube o altrove – che ti ha colpito più di tutti?

Un commento che mi ha fatto una persona che si chiama Mario su Youtube. Io pensavo fosse un adulto, invece ho scoperto che tipo è il nipotino di 6 anni di un parente del compagno di mia mamma e quindi mi ha lasciato un po’ così, perché gli avrei dato un sessant’anni facili, quindi mi ha fatto sorridere! Al contrario, un mio amico che mi ha detto: ‘Ragazzo, a me Grain of Corn non mi piace’, ho apprezzato la sincerità. È importante sapere tutti i pareri“.

Sei sportivo!

Alla grande!

Ho letto che state già lavorando al secondo album.

Sì, è vero. Abbiamo un demo di sette brani, ne abbiamo dentro una che ho scritto anche come musica, una dedica ad un ragazzo che ha fatto un incidente in moto“.

Mi dispiace.

L’avevo scritta un anno e mezzo fa, ma l’avevo parcheggiata lì. E poi c’è Luca che compone le basi e quindi quando ce n’è una che mi piace ci scrivo su. Ne ho un sette, otto già fatte, cioè con il testo e la linea vocale. Per cui se ci mettiamo in tre, quattro mesi abbiamo le basi, vorremmo arrivare a dodici per fare il nuovo album e poi registrarle“.

Siete già con un’etichetta?

Siamo indipendenti. Ovviamente poi col prossimo album bisogna capire come muoversi perché in questo caso è una scelta di gestione abbastanza delicata capire se registrare da un produttore normale oppure rimanere indipendenti. Poi andare sotto qualche etichetta, bisogna anche capire un po’ il feedback delle ipotetiche etichette… Però insomma ci penseremo col prossimo, il primo album è da indipendenti“.

Hai un motto in questo tuo percorso musicale?

Mi piace molto la frase: ‘Good things come to those who wait’ (‘Le cose buone arrivano a chi sa aspettare’) perché credo sia importante soprattutto per noi, nel senso che siamo all’inizio di un percorso che sicuramente ci potrà portare da 1 a 10, cioè sia 1 che 10, però comunque ci porterà lì dopo un processo, dopo un percorso. Dobbiamo darci tempo chiaramente per qualsiasi cosa, ma soprattutto per la musica bisogna darsi tempo. Tra l’altro, se posso essere sincero, io ho sempre pensato che fare musica dopo i 25, 26 anni fosse tardissimo, in realtà lo è, però ho anche pensato che forse in questi anni qui il mito del 21enne, 22enne rockettaro bellissimo, capelli lunghi e che si sfasciava non c’è più, quindi anche una persona più matura che ti fa musica è valutata in maniera diversa rispetto a 25 anni fa, quindi non mi vedo così fuori partita“.

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