Alberto Frasson: il Nord Europa chiama, gli Inner Skin rispondono

Godi Hildmann è veramente un obiettivo importante. Il fatto che un musicista del genere apprezzi il nostro progetto e ne voglia far parte è una cosa che mi gratifica tantissimo” è entusiasta il cantante Alberto Frasson degli Inner Skin, band alternative rock che nelle foto in circolazione appare come una formazione a tre – assieme al batterista Giorgio Ranciaro e Francesco Tripaldi al basso -, ma che a breve si vedrà con la new entry del tedesco Godi Hildmann (chitarrista aggiuntivo dei Guano Apes) alla chitarra e alle tastiere. Alberto Frasson è di Castelfranco Veneto, in provincia di Treviso, ha studiato a Venezia Conservazione dei Beni culturali, dopodiché è venuto a Roma, ha chiuso i libri di Storia dell’arte e da autodidatta ha seguito la passione per la musica e, per mantenersi, ha fatto la mascherina in un cinema. Ha 40 anni appena compiuti. “Li ho fatti in piena quarantena, sono andato in giro in bicicletta per Roma ad ubriacarmi da solo davanti al Colosseo. È stata un’esperienza surreale, me la sono cantata e suonata, mi sono fatto gli auguri da solo“. E non ti hanno fermato i vigili? “Sì, stavo davanti alla Fontana di Trevi e non si poteva sostare in nessun punto. Io lì ho chiamato i miei genitori, ho fatto una videochiamata e fatto vedere dov’ero, perché a loro piace tanto Roma, però dopo un minuto un gruppetto di vigili mi ha detto ‘non si può stare qui, se ne deve andare’, allora me ne sono andato, ma è stato veramente molto particolare“. Chissà come andrà a Natale… “Ormai si naviga a vista, vediamo cosa succede… Purtroppo ora è il momento di stringere un po’ i denti, però è davvero un sacco che non vedo i miei genitori e mi piacerebbe andare da loro…“.

Alberto, perché Inner Skin? Il nome della band vuol significare che volete arrivare sotto la pelle delle persone con la vostra musica?

In realtà è un modo per dire che è come se l’emotività della nostra musica ricoprisse le nostre emozioni: come la pelle trasforma il corpo, la musica trasforma le nostre emozioni. Questa è la genesi di questo nome“.

È appena uscito il singolo “Claire” (Digital Distro Cd Baby) dalle note più dark (commistione di chitarre distorte, pianoforte, violini e sintetizzatori): è una vena che vi appartiene da sempre e che ora avete deciso di far emergere?

Sì, in realtà questo è il primo singolo che io abbia mai scritto, poi è stato in soffitta per un po’ e abbiamo prodotto altro. In seguito, abbiamo deciso di produrre anche questo che è leggermente diverso, proprio perché era nato in modo diverso. Quindi ha delle tonalità un po’ più scure rispetto alle altre perché sono partito da suoni sintetizzati dal computer e da lì poi è scaturito tutto il resto. Siccome i suoni originali erano abbastanza dark ed io non ero in un periodo felicissimo della mia vita, allora è uscito così“.

Voi vi siete formati nell’ottobre 2018, questo pezzo a quando risale?

Sarà 2017“.

Hai detto che era un periodo difficile per te. Il brano descrive l’opacità dei rapporti umani. Puoi dirmi qualcosa in più?

Era un periodo in cui mi ero lasciato con la mia ragazza perché non c’era stata trasparenza fondamentalmente. Infatti la copertina ha una foto bellissima ma molto sfocata, molto opaca. Ho tratto spunto da questa esperienza per scrivere questo brano“.

Spero che adesso in amore vada meglio…

Mica tanto!“.

Il Covid non aiuta le relazioni…

Assolutamente, no!“.

Incrocio le dita allora…

Incrociamo!“.

Ora c’è “Claire”, poi come proseguirà il percorso discografico?

Siamo già al lavoro per il prossimo singolo. All’inizio avevo un qualcosa come 10, 12 pezzi e avevamo deciso di fare un album, poi abbiamo visto che il mercato non funziona più così e abbiamo pensato di procedere con singoli ogni due, tre mesi. Anche se adesso c’è ‘Claire’ noi stiamo quasi finendo di produrre il prossimo singolo e stiamo anche cercando di fare il video per ‘Lone Sleeper’ che è il singolo precedente“.

Come comincia la vostra collaborazione col produttore artistico Fabio Trentini?

Tutti i pezzi che hai visto e sentito li ho scritti io qualche anno fa. Non riuscivo a trovare dei musicisti con cui fare un gruppo qui a Roma. Quindi dopo aver provato per tanto tempo, ho deciso di tentare da solo perché non c’era verso. Ho cominciato a scrivere e ‘Claire’ è stato il primo brano. A un certo punto quando ne ho totalizzati un po’, ho continuato a cercare altre persone. Poi un bassista mi ha detto ‘senti Fabio Trentini che è un produttore molto bravo e soprattutto umano’. Io ho mandato i miei lavori, gli sono piaciuti tantissimo e da lì è cominciata la collaborazione che ha portato alla produzione di tutto il resto dei brani. Fabio Trentini è una persona a cui tengo molto perché, oltre a essere un super professionista, è una persona umanamente eccezionale. Lui è stato il produttore dei Guano Apes, ha suonato con Le Orme, gli H-Blockx, è un personaggio gigante e il fatto di collaborarci io adesso per me è una soddisfazione incredibile, sta dando un gusto, una spinta a questo progetto che non avrei mai immaginato. È lui che mi ha fatto conoscere Giorgio il batterista e da lì insomma si è aperto un mondo. Poi è venuto Francesco Tripaldi ed ora siamo in contatto con Godi Hildmann che è stato il secondo chitarrista dei Guano Apes e vive a Berlino. Adesso poi Giorgio vive a Bonn e quindi stiamo cercando di spostare il nostro baricentro verso il Nord Europa visto che la nostra è musica cantata in inglese e il nostro genere lì è più ascoltato rispetto all’Italia“.

Quindi tu saresti disposto a trasferirti da Roma?

Ormai c’è la possibilità di fare musica a distanza in fase di produzione. Poi in fase di tour o concerti, quando sarà, ci si sposterà di conseguenza, magari si prenderanno delle ferie dal lavoro perché ovviamente siamo in una fase in cui non guadagniamo perché siamo indipendenti e lo sforzo è grande. Per cui c’è bisogno di un lavoro dietro che ti permette di fare tutto questo, perché emotivamente è molto appagante ma economicamente come puoi ben capire è un bagno di sangue, per cui il mio lavoro è qui a Roma. Poi non si sa mai. In base a come va, decideremo“.

Che professione fai?

Io faccio il tecnico del suono in postproduzione nel settore della pubblicità“.

Dai, in un certo senso resti nel tuo mondo musicale…”.

Sì, più o meno, sì“.

Tra i vostri obiettivi mi dicevi che volete spostare il baricentro nel Nord Europa, chi sono i vostri riferimenti musicali?

Adesso come adesso io sto ascoltando tanto i Vola, sono un gruppo che, secondo me, sta reinventando un po’ un certo tipo di rock e c’è estremamente bisogno che si rinventi un po’ altrimenti viene surclassato da tutto quello che la moda di questi anni sta spargendo in giro. Mi piacciono molto i Nothing but Thieves. Poi ci sono i mille gruppi che ascoltavo da ragazzino. Però ci sono anche Billie Eilish e tanti altri“.

In questi primi due anni siete riusciti anche ad esibirvi all’Ariston per le finali di Sanremo Rock, che emozioni hai provato su quel palco?

È stato estremamente emozionante, è passato tutto talmente in fretta. Abbiamo fatto un pezzo a gruppo, eravamo 250 band. Mentre negli anni scorsi c’erano 50 gruppi e ognuno suonava due pezzi, quest’anno hanno deciso di far partecipare alla finale 250 gruppi, una canzone a testa, quindi è stato uno schiacciasassi fondamentalmente. Si esibiva uno e poi subito l’altro, senza sound checking. Mi sono ritrovato in questo palco meraviglioso, io so che quando canto vado un po’ in trans, per cui non mi rendo bene conto di dove sono, quindi prima di cominciare mi sono guardato intorno, ho respirato a fondo, ho detto ‘renditi conto almeno per un secondo di dove sei e dopodiché vai’ ed è stato bello, solo che appena è iniziato il pezzo era già finito, cioè è stato talmente un turbine di emozioni e sensazioni. Poi non avevo mai suonato su un palco così grande, quindi gli altri amici erano relativamente lontani da me, tipo tre, quattro metri. Di solito siamo tutti vicini, ci si guarda, invece mi giravo e c’era Giorgio sopra un palco gigante, Francesco era alla mia sinistra in fondo, quindi è stato molto, molto particolare, molto, molto forte. Purtroppo è durato davvero un lampo, un attimo“.

Quasi surreale…

Sì, siamo usciti da lì, ci siamo guardati e ci siamo detti: ‘Ma è successo davvero? È già finito?’ Però bello, anche perché è un’esperienza su un palco gigante, in un posto molto importante, hai la giuria, fai l’esibizione sotto pressione, quindi è tutto un bagaglio che ti fai, un’esperienza, perché è una situazione sui generis, non è un classico concerto che fai dove c’è tempo per esibirsi, per capire, sistemare le cose. Lì è stata proprio cotta e mangiata in un posto fighissimo, per cui è stato formativo. Siamo stati a Sanremo una settimana intera, era lo scorso settembre, da regolamento saremmo dovuti arrivare sabato e la domenica avremmo saputo quando ci saremmo esibiti e a noi è toccato mercoledì. È stato bello“.

Nella band avete un motto che vi unisce?

No, però basta guardarsi negli occhi, nel senso che prima di andare sul palco ci si guarda, ci si incoraggia a vicenda con quello che viene lì per lì, non abbiamo una cosa ricorrente, ci si guarda negli occhi e via, si va carichi!“.

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