Un angolo di Roma raccontato attraverso immagini e suoni. È “Voci Visive – Narrazioni sonore e fotografiche del cambiamento”, il progetto ideato da Mariangela Forcina che restituisce uno sguardo inedito su quattro quartieri dell’VIII Municipio di Roma – Garbatella, San Paolo, Tor Marancia e Montagnola – attraverso sei storie. Sarà inaugurato martedì 6 ottobre alle ore 17.30 presso l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD) per poi restare fruibile fino al 30 novembre (una seconda esposizione sarà ospitata dall’Università degli Studi Roma Tre – Torre B, dal 9 al 30 novembre). Le immagini dedicate ai luoghi sono state realizzate da Alessio Romenzi, mentre quelle incentrate sulle persone sono opera di Mariangela Forcina, fotografa, art director, autrice e professionista della comunicazione visiva, che in questa occasione ha curato anche il montaggio video. A completare il racconto sono i panorami sonori realizzati da Marco Neri e Alessandro Bianchi, composti da registrazioni ambientali e memorie acustiche dei quattro quartieri.
Mariangela Forcina: tre aggettivi per descriversi.
“Curiosa, sensibile, ostinata.”
Nell’epoca delle immagini elaborate dall’intelligenza artificiale che valore ha ancora la fotografia d’autore?
“Credo che il valore della fotografia d’autore sia soprattutto nella relazione e nel rapporto umano che si instaura con le persone e con i luoghi che decidiamo di fotografare. Quando un autore sceglie di raccontare qualcosa o qualcuno, parte sempre da un’idea, da un punto di vista, ma anche da ciò che accade durante l’incontro. La fotografia che ne viene fuori, quindi, non è mai soltanto un frame all’interno del quale ritroviamo degli elementi messi insieme. Dentro una fotografia ci sono il tempo trascorso con le persone, l’ascolto, la fiducia, quello che è successo prima dello scatto e, a volte, anche quello che non è visibile nell’immagine. Ed è proprio questo, secondo me, che continua a dare valore alla fotografia d’autore anche in un momento storico in cui siamo circondati da immagini generate o elaborate attraverso l’intelligenza artificiale.”
Come nasce il progetto “Voci Visive” e la collaborazione con Alessio Romenzi, Marco Neri e Alessandro Bianchi?
“Voci Visive nasce da una mia riflessione: cosa rende un luogo veramente riconoscibile? E cosa ne resta quando il tempo e le persone lo hanno cambiato? Da questa domanda è nata la voglia di raccontare un territorio non soltanto attraverso la conoscenza e lo studio dello spazio fisico, ma soprattutto attraverso lo spazio umano che lo abita. Con Marco avevamo già realizzato altri progetti insieme e, quando gli ho raccontato questa idea, il suo contributo è stato quasi naturale. Ha aggiunto un altro livello al racconto fotografico e video: quello sonoro. Le voci, i rumori, i ricordi, i suoni dei luoghi sono diventati così parte della narrazione e un modo ulteriore per raccogliere quelle memorie individuali che, messe insieme, contribuiscono a costruire e conservare una memoria collettiva. Anche il coinvolgimento di Alessio Romenzi e Alessandro Bianchi nasce dalla volontà di costruire un progetto fatto di sguardi e linguaggi differenti, capaci però di dialogare tra loro e di restituire la complessità del territorio.”
Perché di Roma ha scelto quattro quartieri dell’VIII Municipio: Garbatella, San Paolo, Tor Marancia e Montagnola?
“L’VIII Municipio era tra i territori indicati dal bando Roma Creativa 365 ed è, allo stesso tempo, un territorio al quale ero già legata per lavoro e per conoscenza personale. La scelta dei singoli quartieri, invece, è arrivata in un secondo momento ed è stata molto meno programmata. Sono stati gli incontri con le persone, le associazioni del territorio e anche alcune persone che già conoscevo a portarci progressivamente nei diversi luoghi. Abbiamo incontrato, ascoltato, parlato. E a un certo punto sono state quasi le storie stesse a venire da noi. Per questo non volevo costruire a tavolino una rappresentazione del Municipio: volevo che fosse il percorso umano a indicarci dove andare.”
Come ha selezionato le persone e, quindi, le storie da raccontare?
“Non parlerei di una vera e propria selezione. Abbiamo incontrato molte persone attraverso le associazioni, il territorio e le relazioni che già avevamo. Abbiamo ascoltato molto. Poi alcune storie hanno iniziato a emergere più di altre, non necessariamente perché fossero più straordinarie, ma perché contenevano un legame molto forte tra una persona, un luogo e la propria memoria. Era proprio quello che stavamo cercando. Non storie eccezionali, ma storie capaci di raccontare quanto un luogo possa entrare nella vita di una persona e quanto, allo stesso tempo, le persone contribuiscano a dare identità a un luogo.”
Qual è il sentire che emerge da questa narrazione fotografica?
“Quello che emerge è che ognuno di noi instaura un rapporto assolutamente personale con il luogo e con il quartiere in cui vive. Possiamo attraversare ogni giorno le stesse strade, vedere gli stessi edifici, sederci sulla stessa panchina, eppure quei luoghi non saranno mai gli stessi per tutti. Ognuno conserva ricordi, incontri, assenze, affetti e momenti che appartengono soltanto alla propria esperienza. Raccogliere e conservare queste storie significa provare a custodire una parte dell’identità di un quartiere. Perché il territorio inevitabilmente cambia, le persone cambiano, alcuni luoghi scompaiono e altri ne nascono. Ma le storie possono continuare a raccontarne le radici anche quando quello spazio non sarà più esattamente come lo ricordiamo.”
Con quale spirito deve avvicinarsi il visitatore a questa mostra?
“Con uno spirito sicuramente intimo e, possibilmente, senza fretta. L’intera fruizione della mostra è stata pensata per permettere al visitatore di entrare nelle storie in una dimensione quasi privata: guardare le fotografie, ascoltare le voci e i paesaggi sonori, soffermarsi sui dettagli. Mi piacerebbe soprattutto che chi visita la mostra non si limitasse a conoscere le storie degli altri, ma provasse inevitabilmente a riportare qualcosa di ciò che vede e ascolta alla propria esperienza personale. Che una fotografia, una voce o un suono facessero riaffiorare un proprio luogo, una persona, un ricordo. Perché alla fine Voci Visive parla di quattro quartieri di Roma e di sei persone, ma parla anche di qualcosa che appartiene a tutti noi: il modo in cui le persone e i luoghi finiscono per diventare parte della nostra memoria.”
È un progetto che potrebbe declinarsi su altri quartieri di Roma o su altri territori?
“Sì, ed è sicuramente uno degli sviluppi che mi piacerebbe dare a Voci Visive. Credo che questo progetto abbia una struttura che gli permetta di attraversare territori diversi continuando, ogni volta, a partire dalle persone che li abitano e dal loro rapporto con i luoghi. Mi piacerebbe che Voci Visive potesse crescere nel tempo fino a diventare una sorta di archivio di memorie: un archivio fatto non soltanto di fotografie, ma di voci, suoni, immagini e testimonianze. Un luogo nel quale le singole identità e le memorie individuali possano, progressivamente, comporre una memoria collettiva più ampia. Sarebbe interessante continuare a farlo a Roma, attraversando altri quartieri e incontrando altre persone, ma anche portare il progetto in altre città e in altri territori. Perché credo che ogni luogo possa essere raccontato attraverso chi lo vive, lo attraversa e lo trasforma.”
Dopo la mostra, continuerà la sua collaborazione con AAMOD e l’Università Roma Tre?
“Al momento non c’è ancora nulla di definito e credo sia giusto lasciare che eventuali collaborazioni future nascano anche dall’esperienza di questa mostra. C’è però un’idea che mi piacerebbe molto sviluppare con l’Università Roma Tre: organizzare delle giornate di incontro e lavoro con gli studenti per indagare il loro rapporto con Roma. Mi interessa soprattutto capire come studenti con storie e provenienze differenti vivano la città, quali luoghi riconoscano come propri, quali attraversino quotidianamente e quali memorie stiano costruendo qui. Potrebbe essere un modo molto interessante per far evolvere Voci Visive: partire ancora una volta dalle identità individuali per osservare come cambia il rapporto con un territorio e come, attraverso esperienze molto diverse tra loro, si costruisce una nuova memoria della città.”
In una parola cosa vuole che i visitatori portino con sé all’uscita della mostra?
“Una domanda. Mi piacerebbe che, uscendo dalla mostra, ogni visitatore iniziasse a interrogarsi sul proprio rapporto con il luogo in cui vive o è cresciuto. Che si chiedesse quale legame lo unisce al proprio quartiere, quali ricordi conserva, quali persone ne fanno parte e persino quale suono associa a quel luogo. Vorrei che Voci Visive aprisse soprattutto uno spazio di dialogo: prima con sé stessi e poi, magari, con gli altri. Perché raccontare le memorie di qualcun altro può diventare un modo per tornare alle proprie e per accorgersi che il rapporto che abbiamo con i luoghi è fatto di moltissime cose che spesso diamo per scontate. Se la mostra riuscisse a far nascere questa domanda, per me avrebbe raggiunto uno dei suoi obiettivi più importanti.”




