Francesco Bollorino e Gilberto Di Petta raccontano la parabola umana di Gerolamo Rizzo

Racchiude la testimonianza potente di un paziente psichiatrico “La doppia morte di Gerolamo Rizzo. Diario ‘clinico’ di una follia vissuta”, il libro (Alpes, 2020) del genovese Francesco Bollorino, psichiatra conosciuto ai più per la rivista Psychiatry on line Italia, e del napoletano Gilberto Di Petta, neuropsichiatra la cui sensibilità di scrittore l’abbiamo già apprezzata in “Eroiniche vite. Frammenti di incontri” scritto a quattro mani con Pietro Scurti. Questo nuovo lavoro parte dall’amore per gli archivi di Bollorino che ha riportato alla luce gli scritti di un maestro di scuola, Gerolamo Rizzo appunto, afflitto da “manie persecutorie”: sentiva voci amplificate dal “Macrocacofono”, una sorta di macchina influenzante che, secondo lui, espandeva i suoi pensieri a tutti. Il 30 settembre del 1908 in Piazza Umberto I, complice una rivoltella (allora facilmente reperibile) e qualche bicchierino di troppo, uccide un prete che non conosceva ma che per lui rappresentava la “summa” dei suoi persecutori. Bollorino e Di Petta, con note precise e molto esplicative, ripropongono ciò che il paziente ha scritto di suo pugno per poi lasciare a tre saggi in appendice – a firma di Rita Corsa, Pierpaolo Martucci e Paolo Peloso – la possibilità di sviscerare e considerare diversi lati della faccenda, da quelli del contesto storico e della cronaca giornalistica dell’epoca a quelli degli studi psichiatrici coevi e di oggi, non tralasciando il tema dei manicomi criminali. “La doppia morte di Gerolamo Rizzo. Diario ‘clinico’ di una follia vissuta” è un testo scorrevole che si lascia leggere con facilità anche da chi non è della materia, avendo un intento documentale e divulgativo di un’infelice esperienza umana di profonda solitudine con protagonista un uomo di lettere che guardava il mondo attraverso lenti cerchiate da una montatura dorata e il cui volto era incorniciato da due riccioli impertinenti che calavano evidenti sulla sua fronte. L’esistenza umana di Gerolamo Rizzo caratterizzata da questo male oscuro è da lui stesso scritta in un breve periodo della sua reclusione – in maniera anche alquanto precisa e lucida, individuando nell’estate del 1904 l’esordio conclamato della malattia -, perché lo scritto si ferma ventiquattro anni prima della sua morte, avvenuta l’11 febbraio 1932, per mano di un altro ammalato ricoverato nell’Istituto Psichiatrico di Quarto.

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