“The Beat Bomb”, i versi di Lawrence Ferlinghetti tradotti in immagine

Un grande sonno ci ha sopraffatti tutti coi dispositivi in mano”: era costantemente in ascolto della società che lo circondava, sapeva leggerla e tradurla in versi Lawrence Ferlinghetti (Yonkers, 24 marzo 1919 – San Francisco, 22 febbraio 2021), poeta, editore, libraio e pittore statunitense di padre italiano. Conosciuto come poeta di spicco della Beat Generation, fu editore di “Urlo” di Allen Ginsberg, opera per cui fu processato e condannato per oscenità. Fra le sue opere poetiche vanno almeno menzionate: “A Coney Island della mente” (1958), “Questi sono i miei fiumi” (1993), “Americus” (2004), “Il lume non spento” (2009). Da questa settimana nei cinema italiani circola il documentario “The Beat Bomb” (durata 83′) di Ferdinando Vicentini Orgnani (nato a Milano il 23 settembre 1963), regista e produttore che ha avuto la fortuna di trascorrere con Ferlinghetti 15 anni di amicizia e collaborazione. L’autore lo ha ritratto a San Francisco nella sua City Lights, casa editrice e libreria che fondò con l’amico Peter Martin nel 1953 puntando sui tascabili, quindi in questo assolutamente da precursore, ispirandosi nel nome al film “Luci della città” di Charlie Chaplin; ma riprendendolo anche in alcuni dei suoi viaggi in Italia, quasi andando sulle orme del papà che il poeta non ha mai conosciuto. Il documentario non ripercorre la vita di Ferlinghetti, ma è uno spaccato delle sue riflessioni e della sua anima in relazione costante ai suoi appassionati lettori ed amici. Quello di Ferdinando Vicentini Orgnani è un modo originale di entrare nell’intimità di Ferlinghetti attraverso ciò che lo ha circondato e nutrito negli ultimi decenni della sua vita, quando San Francisco non era più quella di una volta, pur conservando la città la fiamma di passione per la sua poesia. Il regista parla di “The Beat Bomb” come “un puzzle di diverse esperienze di vita”, osservando: “Mi sembra così di aver fatto anch’io il mio dovere (la lezione che ho imparato degli amici poeti) e, con i mezzi che avevo disposizione, ho cercato di mostrare, di portare a galla alcune delle contraddizioni che ci assillano e ci assediano. Non è un racconto storico-antropologico quindi, ma qualcosa di molto personale”. Il risultato è un documentario piacevole, ricco di spunti che invitano a leggere, accompagnandosi con le bellissime musiche di Paolo Fresu, trombettista e compositore, che ha arricchito questo viaggio per immagini di un jazz coinvolgente e, mai come questa volta, poetico. Dopo la tappa al Farnese Arthouse Cinema di Roma, il film (una coproduzione Italia – Argentina di 39Films e Romana Audiovisual, in coproduzione con Luce Cinecittà, in associazione con Laser Digital Film e con il contributo del Mic – Ministero della Cultura) sarà proiettato in tutta Italia alla presenza del regista.

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