“Stonebreakers”: il risveglio delle coscienze riparte da una statua

Uno spaccato dell’America di oggi con tutti gli umori di ribellione che dal basso si riversano sulle istituzioni secolari tra arte, memoria e monumentalità: è il film documentario “Stonebreakers” (durata 70′, anno di produzione 2022), diretto da Valerio Ciriaci, regista italiano che vive a New York. Presentata in anteprima mondiale nell’ambito della 63esima edizione del Festival dei Popoli di Firenze, l’opera è stata insignita di una menzione speciale, del Premio distribuzione in sala “Imperdibili” (ex aequo) e del Premio MyMovies dalla parte del Pubblico per il Concorso italiano. Lucido, senza sbavature, “Stonebreakers” racconta il conflitto culturale statunitense che parte dalla rivolta dei Black Lives Matter e dall’elezione presidenziale per travolgere le radici di una nazione. Accompagnato dal produttore e direttore della fotografia Isaak J. Liptzin, Valerio Ciriaci sarà presto anche a Roma per due proiezioni in sua presenza: il 21 novembre presso il cinema Troisi (ore 19), il 22 novembre all’Accademia Britannica a Roma (ore 18).

Come mai il titolo “Stonebreakers”?

Ciriaci: “Ci piaceva l’idea di rompere la roccia, lo ‘stone’ si riferisce alle statue e ai monumenti; però c’è il riferimento al famoso dipinto di Gustave Courbet ‘Gli spaccapietre’ del 1849 (distrutto durante la Seconda guerra mondiale, era un’opera di denuncia della povertà, della precarietà della vita e della durezza del mondo del lavoro, ndr), uno dei quadri più importanti del realismo, con due rompitori di rocce: un grande quadro realizzato come allora si ritraevano sovrani e aristocratici e che in questo caso raccontava una scena di lavoratori. Da qui è venuta l’idea di ‘Stonebreakers’. Ad un secondo livello, inoltre, Courbet, durante la Comune di Parigi nel 1871, si rese protagonista personalmente di una campagna per rimuovere la statua di Napoleone a Place-Vendôme a Parigi, e che venne effettivamente abbattuta; quindi, anche il pittore fu coinvolto in un episodio simile a quello che noi raccontiamo”.

Come nasce l’idea di questo documentario?

Ciriaci: “Già dal 2017 stavo lavorando a un film solo su Cristoforo Colombo per spiegare perché è così amato dalle comunità italoamericane. Poi, nel febbraio 2020 arriva la pandemia e pensiamo che probabilmente il film dovevamo metterlo un attimo in pausa perché non era più un argomento troppo di rilievo, ma ci siamo ricreduti subito perché nel maggio 2020 con le proteste Black Lives Matter, a seguito dell’uccisione di George Floyd, sono venute giù varie statue, tra cui quelle di Colombo. A quel punto è nato ‘Stonebreakers’, perché abbiamo capito che non bastava raccontare solo Colombo e che Colombo si sarebbe capito nel contesto più grande dell’attacco al racconto storico americano mainstream che veniva fatto da chi protestava in piazza e che ha poi coinvolto gli Stati confederati del Sud e i padri fondatori. Quindi, abbiamo allargato lo sguardo del film, cominciando a viaggiare al di fuori di New York, al di fuori del Nord Est e delle statue di Colombo, anche nel Sud degli Stati Uniti, con un capitolo a Richmond, l’ex capitale della Confederazione, dove sono state contestate le statue dei generali come Robert E.Lee. C’è anche un capitolo del Monte Rushmore in Dakota del Sud, dove ad essere contestati erano i padri fondatori, il famoso monumento con i quattro volti scolpiti nella pietra che sorge sopra delle terre rubate alle nazioni Lakota. In ultimo, abbiamo un capitolo al confine con il Messico, in Arizona, perché lì andiamo a vedere i nuovi monumenti: da una parte il muro di cui Trump ha accelerato la costruzione e che lui stesso definiva come un monumento, che poi ovviamente è un simbolo, non avendo nessuna azione deterrente rispetto all’immigrazione clandestina che anzi negli ultimi anni abbiamo visto crescere in maniera esponenziale; e poi abbiamo raccontato il progetto artistico di Álvaro Enciso, che mette croci nei punti dove si ritrovano le migliaia di persone che muoiono cercando di attraversare il deserto in condizioni difficili, a causa del muro che non permette un passaggio più semplice. È un film che non parla solo di contestazione ai monumenti, ma parla anche di nuovi monumenti che si creano, monumenti magari un po’ abbandonati, luoghi di memoria che non si conoscevano tanto e che adesso vengono riscoperti proprio alla luce di queste nuove battaglie. Quindi è un mosaico di questa America che sta cambiando”.

In risalto c’è il contrasto tra arte e ciò che rappresenta, tra monumenti che si abbattono ed altri che si stanno innalzando

Ciriaci: “È molto polarizzata la situazione, sono due modi di concepire ed intendere la storia americana, da un lato il punto di vista trionfalistico, nazionalista, che dice ‘questa è la nostra memoria, non va toccata’, dall’altra abbiamo un movimento che dice che ‘dovremmo anche parlare delle pagine più scure, più tormentate, più tragiche’, e anche quello è racconto storico, va incluso. Poi, ovviamente, al centro c’è l’arte. C’è un po’ di difficoltà, però, a parlare di monumenti come arte. Ci sono sicuramente monumenti con un valore artistico importante, però il monumento di per sé è proprio un’espressione di potere nello spazio pubblico, anche se ci sono monumenti con un valore artistico, perché veramente vanno molto al di là nel tempo. Non ci scordiamo, però, che molti dei monumenti contestati, abbattuti e rimossi sono stati anche fatti molto recentemente. Il monumento non è storia, è un racconto che si fa della storia, ed è ovviamente un gesto arbitrario, politico che si fa, una dimostrazione di potere in uno spazio pubblico, quindi, come un monumento viene fatto, realizzato e messo, un monumento può essere anche contestato”.

Ideologicamente, però, ha una valenza sottile diversa rispetto alla “damnatio memoriae” che conosciamo nella storia romana, perché qui il movimento viene dal basso…

Ciriaci: “Assolutamente sì, sono richieste che vengono dal basso, da gruppi, dalla cittadinanza, ma anche un altro punto è importante: molte delle rimozioni che sono avvenute non sono per mano della piazza, dei manifestanti, ma sono operazioni fatte dai comuni della città, quindi, in concordanza con la cittadinanza, dopo petizioni, dopo processi anche democratici, passati presso il comune, il consiglio comunale. Inoltre, le rivendicazioni dei movimenti che protestano non sono tanto nel rimettere un’altra statua, ma sono pensati per immaginare come si memorializza nello spazio pubblico. Abbiamo parlato con tanti artisti e comunità lì sul luogo e non c’è nessuno che dice ‘vogliamo quest’altra statua di quest’altro nostro eroe’, il punto è: come possiamo immaginare uno spazio pubblico più inclusivo che racconti anche il nostro punto di vista? E quindi adesso ne nasceranno molti. Noi un pochino abbiamo provato a documentarli, abbiamo una scena di prototipi di monumenti a Philadelphia che abbiamo filmato, è un processo che prende anni fare un monumento, magari lo recupereremo tra qualche anno, però ecco ci sono dei monumenti che si stanno pianificando, creando adesso, si stanno immaginando, sono monumenti che vanno un po’ oltre la statua dell’eroe sul piedistallo: sono monumenti che levano il piedistallo e sono un poco più immaginativi, che provano a far fare uno scarto in più”.

Come si è ottenuta una fotografia così nitida?

Liptzin: “L’occhio della telecamera in questo film deriva un po’ dalla mia formazione originaria come fotografo di still photography, infatti si riconoscono questi shot lunghi, geometrici, spesso fissi, che è uno stile che abbiamo adottato anche nei nostri lavori precedenti spesso e volentieri, ed è diventato un pochino anche il marchio di fabbrica dei nostri documentari, che a noi piace, perché dà il tempo e lo spazio allo spettatore di osservare dei dettagli, delle cose che stanno succedendo, senza imporre da parte nostra sensazioni o emozioni. Già parliamo di cose un po’ complesse, storie che hanno diversi livelli e proprio con una fotografia di questo tipo speriamo di far percepire questi diversi livelli al pubblico in maniera spontanea e più naturale possibile”.

Qual è la visione dell’America dopo le elezioni di mediotermine?

Ciriaci: “La situazione è quella un po’ di un déjà vu adesso, un’America profondamente divisa, con un Trump che sta per annunciare la sua candidatura per il 2024”.

Liptzin: “Si torna ancora con un Trump in pista, in qualche modo è il replay del 2020, perché le divisioni sociali e politiche sono irrisolte, anzi continuano ad acuirsi sempre di più. Sono da prevedere nuove proteste sociali in presenza di altri episodi scatenanti in avvenire”.

Guardiamo all’Italia adesso. Il vostro documentario del 2015 “If only I were that warrior”, sull’occupazione italiana dell’Etiopia nel 1935, quale lettura offre dell’attuale assetto sociopolitico italiano?

Il documentario sta ritornando attualissimo, ma in realtà lo è sempre stato, perché di questioni irrisolte ce ne sono tante anche qui. Ovviamente quando è scoppiato il caso dei monumenti in America, il dibattito è arrivato anche in Italia e si è parlato molto della statua di Montanelli a Milano (imbrattata con le scritte ‘razzista’ e ‘stupratore’, ndr) e si è riparlato molto anche del monumento dedicato al gerarca fascista Rodolfo Graziani che è ancora lì ad Affile (Città Metropolitana di Roma). Questo è un monumento che è stato costruito nel 2012, quindi ancora più grave se ci pensiamo. C’è un accenno di discussione su questi temi anche in Italia, ma non è abbastanza, perché di monumenti coloniali e fascisti ce ne sono tanti. Questi monumenti non sono neutrali, anzi è molto preoccupante che non ce ne accorgiamo, ci passiamo davanti e diventano parte del paesaggio. È importante contestualizzarli, attualizzarli, confrontarsi ed è importante che queste statue si risveglino ai nostri occhi. Il discorso americano vale anche per l’Italia, anche se queste contestazioni alle statue qui non vengono prese molto bene, perché siamo molto attaccati al patrimonio artistico e culturale, non sarà quindi una questione facile”.

Isaak: “In questi giorni siamo stati sorpresi di quanta attenzione c’è stata nei confronti del nostro documentario a Firenze, è evidente che c’è molto interesse nello scavare più a fondo in questo discorso della monumentalità e del suo significato umanitario, molto più di quanto noi stessi potessimo aspettarci”.

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