Karawan Fest, abbatte i muri con i film e il sorriso

Il cinema che fa da ponte tra diverse culture in un quartiere tra i più multietnici di Roma dove, per di più, mancano le sale cinematografiche: accade all’ombra del Mausoleo di Sant’Elena in Tor Pignattara grazie al Karawan Fest, giunto al suo decennale, per l’intraprendenza di Carla Ottoni (Fesitval director and Co-founder), Claudio Gnessi (Art director and Co-founder), Alessandro Zoppo (Programmer and Co-founder) e Gaia Parrini (Event manager).

Carla Ottoni, la sfida della convivenza culturale può essere vinta col cinema?

È una sfida, appunto, soprattutto in un quartiere densamente popolato come quello di Tor Pignattara. La cosa di cui noi siamo profondamente convinti da sempre è che la cultura in generale, e il cinema in particolare – soprattutto considerando che non ci sono grandi strumenti dalla politica per sostenere questa sfida – hanno un ruolo di primo piano. In questo caso, il cinema diventa una sorta di corso di full immersion. Lo abbiamo visto con il progetto che abbiamo lanciato quest’anno di sottotitolare in bengalese alcuni film italiani, alcuni cult. Ci rendiamo conto che ciò è proprio come un booster, perché è immergere in un corso accelerato – non solo di lingua italiana, ma anche di italianità dei costumi, della cultura, dei modi di dire e dei modi di fare di noi italiani – le persone di origine straniera che parlano altre lingue e che vivono qui nel territorio e che sono tantissime. D’altra parte, ci sono anche i film di altri paesi che portano gli italiani immediatamente dentro altre culture e posti, coi loro paesaggi, suoni, colori. Per noi, quindi, Karawan è una cornice, perché pensiamo di aver aperto un luogo dedicato all’incontro, alla condivisione, dove tutti siamo cittadini dello stesso posto: ci incontriamo e ci conosciamo col desiderio di arricchimento e anche di intrattenimento, per questo abbiamo scelto le commedie, cioè abbiamo scelto un registro non drammatico proprio per favorire la dimensione dell’incontro con l’altro”.

Pregevole che, come film sottotitolato in bengalese, ci sia in programma “Benvenuti al Sud” di Luca Miniero dove in primo piano sono posti i pregiudizi esistenti tra italiano e italiano…

Questo film viene da un progetto che abbiamo iniziato quest’anno con il supporto dell’8 per mille della Chiesa Valdese con cui noi abbiamo supportato gli insegnanti di italiano del Cpia1 di Tor Pignattara, che sono i centri dove si insegna italiano agli adulti stranieri. Sia le classi di arabofoni che le classi di bengalesi hanno visto ‘I soliti ignoti’, ‘Non ci resta che piangere’ e ‘Benvenuti al Sud’, e, poi, abbiamo fatto scegliere a loro tra questi tre film quello da proiettare a Karawan. Gli abbiamo raccontato che avremmo fatto nel corso dell’estate questa rassegna con film da tutto il mondo e che il film italiano sarebbe stato quello scelto direttamente da loro. Loro hanno scelto ‘Benvenuti al Sud’ e credo perché è quello in cui si sono riconosciuti di più: è un film contemporaneo, quindi, hanno riconosciuto di più le situazioni che vivono anche loro e anche perché, come dici tu, fa vedere i pregiudizi che ci sono addirittura all’interno dello stesso paese. Karawan nasce proprio da questo: dalla volontà di abbattere con la forza di un sorriso quei pregiudizi che possono costruire muro anche tra persone che abitano nello stesso condominio e, quindi, il progetto che noi portiamo avanti da dieci anni in un territorio come questo, dove manca il cinema, nasce da questa volontà di abbattere i muri e di ritrovarci in una cornice di condivisione”.

C’è un tema comune affrontato dai film di questa decima edizione?

L’anno scorso noi avevamo dedicato un po’ la rassegna alla riconquista degli spazi; quest’anno ci siamo focalizzati sul tempo, sul presente, sul futuro. La cosa che accomuna questi film è una sorta di rincorsa al presente che sembra proprio sfuggire dalle mani. Naturalmente devo dire che, come dicevo, noi proiettiamo il più possibile commedie o, comunque, film positivi che hanno un messaggio di riscatto e di formazione, ma quest’anno si sente nei film, non voglio dire una cupezza, però, sicuramente, il tempo presente che stiamo vivendo così incerto e così pieno di dubbi e di sfide. Questo momento insicuro si riflette nelle opere che abbiamo presentato che, però, riescono, nonostante tutte le difficoltà che stiamo vivendo su più fronti, a rimanere in bilico tra la paura e la speranza. Quindi questa sfida contro il tempo è un po’ il filo rosso che lega le opere di quest’anno”.

Il festival è a metà del cammino. Avete cominciato il 15 settembre e terminate il 21. Quali sono i fotogrammi dei giorni trascorsi che hai nel cuore e cosa ti auguri per i prossimi?

Sicuramente il vedere i film in una cornice come quella di Villa De Sanctis, con lo sfondo di quello che è un Parco archeologico con il Mausoleo di Sant’Elena, pensiamo che sia un’esperienza anche visivamente molto arricchente sia per il pubblico che per i registi stessi che vedono le loro opere presentate in un contesto così bello. Ad esempio, il film del 17 settembre, ‘La Traversée’ di Florence Miailhe, un’animazione francese con immagini che sembravano dei quadri di Matisse, proiettato con dietro il Mausoleo, ha regalato una forte suggestione. In generale, quest’anno la nostra sfida è stata quella di portare i registi, che è una cosa che finora non eravamo riusciti a fare – negli ultimi anni anche per il Covid – e, quindi, vedere l’incontro tra i registi e il pubblico di Tor Pignattara, un pubblico che non sempre riuscirebbe ad accedere ad un certo tipo di contenuti, è sicuramente stupendo. L’immagine del dialogo tra i vari registi ed il pubblico è qualcosa che veramente a noi dà il senso di quello che stiamo facendo: portare il grande cinema di qualità in un territorio come questo è quello che volevamo fare; quindi, mi riempie di gioia e di soddisfazione, e anche i registi sono molto contenti e molto colpiti di uscire un po’ dai soliti circuiti di Roma”.

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