I registi Beronio e Tafuri in un viaggio attorno al teatro guidati dal filosofo Sini

L’arte è, come dice anche Sini nel film, una via per arrivare ad una forma di conoscenza. La cosa più importante è che l’arte non rappresenta mai un traguardo, mai un momento di chiusura; ma quando è interessante, quando è vera arte, costituisce sempre un rilancio verso qualcosa che c’è dopo”, così David Beronio che con Clemente Tafuri ha fondato a Genova il Teatro Akropolis, un centro di sperimentazione per le arti performative. Il loro è un lungo sodalizio che l’8 settembre sarà raccontato allo Spazio Incontri Venice Production Bridge, in occasione della 79esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, durante la prima edizione del Premio collaterale “Cinema&Arts”, ideato da Alessio Nardin e realizzato con la collaborazione di Kalambur Teatro e Ateatro. È qui che i registi Beronio e Tafuri presentano fuori concorso “Carlo Sini”, il film documentario che fa parte del progetto “La parte maledetta. Viaggio ai confini del teatro”, che propone un ciclo dedicato ad alcuni protagonisti dell’arte e della cultura che “nel loro lavoro – si legge sul loro sito (www.teatroakropolis.com) – hanno messo in crisi il sistema delle distinzioni specialistiche delle varie discipline: le arti per la scena, la filosofia, l’idea stessa di performatività si rivelano così per quello che sono, una serie di rappresentazioni che interrogano senza compromessi il presente”. Quello su Sini è il terzo titolo che hanno realizzato, dopo quelli sul regista Massimiliano Civica e sulla coreografa Paola Bianchi. In questo nuovo viaggio le loro immagini restituiscono il Sini pensatore, studioso e ricercatore, nell’intimità del suo pianoforte (suona i pezzi lirici “C’era una volta” e “Nostalgia” di Edvard Grieg e “Primo dolore” e “Canzoncina” da “Album per la gioventù” di Robert Shumann) e nell’attività del laboratorio di filosofia e cultura Mechrì di cui è direttore scientifico (la presidente è Florinda Cambria, hanno preso parte al film documentario anche i membri: Antonio Attisani, Enrico Bassani, Valentina Cappelletti, Tommaso Di Dio, Francesco Emmolo, Manuela Monti, Andrea Parravicini, Gabriele Pasqui, Ilaria Pavone, Enrico Redaelli, Carlo Alberto Redi).

David Beronio e Clemente Tafuri

David Beronio e Clemente Tafuri, come nasce l’incontro con Carlo Sini?

Clemente Tafuri: “Carlo Sini, a parte essere uno dei più importanti filosofi del nostro tempo, negli ultimi anni ha stretto una riflessione molto significativa intorno al rapporto tra la filosofia e le arti, il teatro in particolare. Questa sua visione, possiamo dire, irregolare, innovativa, o come lui stesso dice nel film, ‘antichissima ma sempre attuale’, è una delle grandi ispirazioni che ci accompagna e, quindi, abbiamo pensato a lui e lui ha accettato con grande entusiasmo dandoci questa grande possibilità”.

David Beronio: “La figura di Carlo Sini è stata una scelta che ci si è proposta in maniera quasi inevitabile, perché noi già da diverso tempo frequentavamo Mechrì, che è il laboratorio permanente di filosofia di Carlo Sini, e abbiamo fatto diversi lavori con lui, siamo stati anche invitati a fare degli interventi e, quindi, c’era una frequentazione. Chiaramente, quando si è offerta la possibilità di confrontare questo piano del pensiero e, soprattutto, questo piano del discorso, come dice Sini – pensiero che si fa parola ma in una pratica, non in una pagina depositata dentro un libro -, quindi, confrontare questa sua prospettiva con l’idea di una ripresa, il mettere il suo volto e la sua voce su un video è stata una scelta quasi obbligata”.

In questo incontro sembrate indirizzati verso il significato dell’umanità e il senso della vita…

Clemente Tafuri: “Sono i grandi temi che a loro volta accompagnano il rapporto dell’arte con la nostra vita, la nostra esistenza, quindi, che importanza continua ad avere, nonostante questa nostra epoca non proprio brillante da questo punto di vista, però che importanza continua ad avere l’arte nel cammino della conoscenza sostanzialmente e questo sicuramente s’interseca con l’esperienza, con il vissuto, con la politica, con tutto ciò che noi quotidianamente affrontiamo”.

Quali sono le cose che una persona che approccia il documentario dovrebbe sapere su Carlo Sini?

David Beronio: “Secondo me, nessuna. Io credo che se una persona non conosce Carlo Sini, non conosce la sua filosofia e vede il documentario, si ritrova già automaticamente all’interno di un discorso che è un discorso estremamente lineare e anche estremamente semplice nella sua profondità naturalmente. Sini non è un filosofo che fa appello e utilizza un linguaggio accademico oppure delle formule tecniche, come molto spesso sentiamo fare dai filosofi; quindi, creando una sorta di barriera linguistica tra il filosofo che parla e colui che ascolta che automaticamente viene un po’ trasformato in una sorta di allievo. Sini usa un linguaggio che è il nostro linguaggio, che è il linguaggio del nostro parlare quotidiano e soprattutto ci aiuta molto con delle immagini estremamente evocative. Quindi, ascoltare Sini che parla vuol dire essere un po’ trasportati attraverso questo flusso estremamente affascinante, attraverso questo flusso che attare, attira, incanta. Sini ha un modo di parlare che è incantatore, quindi, in realtà poi molto spesso la conoscenza e la scoperta di Sini, dei suoi libri, del suo pensiero, avviene dopo aver visto il film e non è necessario che sia avvenuta prima”.

Il film documentario è un racconto fatto di musica – tra l’altro, suonata dallo stesso Sini al pianoforte – e parole: è un intreccio nato nello svolgersi del girare?

Clemente Tafuri: “Come noi normalmente facciamo durante il lavoro sull’immagine e sul cinema, tutto quello che accade durante gli incontri con questi personaggi ispira poi il cammino stesso, quindi, normalmente molte cose non le programmiamo, ma aspettiamo che accada qualcosa che ci ispira e poi ci faccia prendere una direzione piuttosto che un’altra. Ad esempio, il tema musicale del film nasce proprio dal fatto che mentre eravamo lì, in quelle giornate di ripresa con Carlo a lavorare nel suo appartamento, Carlo ogni tanto si metteva al pianoforte e suonava queste musiche meravigliose e da lì abbiamo pensato: perché non può essere questa la musica del film? Carlo si è divertito a suonare per noi alcuni brani e poi noi li abbiamo inseriti”.

Come uomini ed artisti, cosa vi ha lasciato questo dialogo con Sini?

Clemente Tafuri: “Noi siamo in dialogo con Carlo da molti anni, ci conosciamo da tempo, abbiamo già avuto modo di intrecciare il nostro lavoro in diverse occasioni. La lezione di Sini è un magistero fondamentale per noi, da quando abbiamo intercettato il suo percorso. Questo film è stata l’occasione per fare un passo ancora più intimo verso di lui, per capire a volte anche l’uomo, oltre che il pensatore e, quindi, ci ha lasciato una grande umanità. È una lezione da cui non si può prescindere e da cui non si può tornare indietro quella di Carlo Sini: non solo sull’arte e il teatro, il rapporto con la filosofia, ma proprio sulla vita e sul modo di condurre la relazione con i grandi temi della conoscenza e della vita”.

Perché la scelta in chiusura dell’estratto di Martin Heidegger sullo “spazio”?

Clemente Tafuri: “Lì Heidegger enuncia un tema molto significativo riguardo al rapporto che si instaura tra il luogo, lo spazio profano o sacro in cui l’opera d’arte prende forma – Heidegger in quel passaggio parla della scultura in particolare – e tutto ciò che intorno a questo spazio è utile all’ispirazione ed è una sorta di evocazione in quelle che lo stesso Carlo Sini nel nostro film chiama ‘le voci che arrivano da lontano’ che, quindi, tutto questo patrimonio di voci, di conoscenza, di passato che però si rinnova sempre nel presente in qualche modo ispira poi la creazione. Questo tema, che Heidegger lega alla scultura, in realtà è un grande tema molto legato all’opera teatrale che, infatti, di per sé instaura uno spazio in cui avviene qualcosa di vitale, qualcosa oltretutto di irriducibile e di irripetibile. L’idea è stata di giustapporre la posizione di Heidegger, questo filosofo molto discusso e però come dice lo stesso Carlo Sini tra i più significativi del Novecento, e la posizione che Carlo Sini tiene nel film riguardo proprio al ‘foglio mondo’, cioè all’evocazione di una possibilità di superamento della scrittura alfabetica proprio grazie all’andare al di là dei significati per trovare un senso comune della parola, un senso comune dell’immagine e quindi un luogo in cui sia possibile un reale incontro: questa è la cosa che dice anche Heidegger nel finale con altre parole in un altro contesto”.

Cosa vi ha guidato in questo viaggio?

David Beronio: “In questo viaggio ci ha guidato un po’ quello che ci guida sempre. Nel senso che io e Clemente abbiamo un sodalizio, abbiamo un lavoro comune che va avanti da tipo 25 anni. Noi ci conosciamo da sempre, e abbiamo sempre un po’ condiviso le stesse domande. Le domande sono quelle che ci spingono a fare una ricerca e la ricerca è quella che poi, come se fosse una sorta di fiume, trova degli alvei, dei percorsi e, quindi, il percorso del video, il percorso del cinema sono una delle strade che si possono percorrere tentando di dare risposta alle domande e le domande sono quelle che l’arte in generale ci pone a partire da quella sul mondo che ci circonda: dove siamo, cos’è tutto ciò che c’è intorno a noi, cosa sono le immagini. Per questo si fa il teatro, per questo il cinema, perché sono i due mezzi che principalmente, insieme alla pittura naturalmente, si confrontano con l’immagine del mondo”.

Cinema, teatro, ma anche pittura ed anche scultura in quell’ultima parte del documentario con riferimento a Heidegger?

David Beronio: “Sì, assolutamente sì. Il discorso di Heidegger va a riprendere un po’ un allargamento dello spettro. Heidegger viene evocato con la sua voce, con la sua vera voce, con la sua lingua; quindi, il piano di comunicazione del film si sposta in un piano di non comprensione (non solo perché in tedesco, poi naturalmente ci sono i sottotitoli), si sposta dalla parola chiara e limpida di Sini, eppure è lo stesso discorso, si tratta dello stesso discorso, ma si ribalta in una sorta di versione oscura, una versione spigolosa che, però, apre ad una dimensione culturale ulteriore, che è la dimensione culturale innanzitutto della pagina che va oltre l’immagine, che va oltre l’immagine della natura che accompagna quella parte finale”.

Cosa vi aspettate dalla presentazione al Lido?

David Beronio: “Naturalmente si tratta di uno di quegli appuntamenti molto importanti, soprattutto di riconoscimenti per un’attività che va avanti da soli due anni, che è la nostra attività cinematografica. Io mi aspetto semplicemente che ci sia l’opportunità di confrontare dei linguaggi differenti. Il linguaggio del nostro film è il linguaggio del Teatro Akropolis, è un linguaggio che affonda le sue radici in una sensibilità e in una cultura teatrali ed è una grande e straordinaria opportunità quello di poterlo mettere sul tavolo in un contesto dove ovviamente il linguaggio che si parla è il linguaggio del cinema più puro”.

Quale sarà il percorso che attende il film documentario dopo l’appuntamento veneziano?

Clemente Tafuri: “Il 10 settembre saremo al festival Crisalide di Forlì dedicato alle arti performative. Poi, per ora, la circuitazione è legata agli ambiti del teatro e della performance, delle arti per la scena, dove hanno già circolato anche i precedenti film. Per ora la circolazione avviene attraverso questi canali, poi vedremo sperando che a Venezia succederà qualcosa in tal senso”.

Il vostro prossimo lavoro?

Clemente Tafuri: “Lo stiamo realizzando in queste settimane, fa sempre parte di questo ciclo di film ed è dedicato all’art designer Gianni Staropoli. Sarà un film che avrà come tema la luce e verrà presentato in anteprima al nostro festival qui a Genova, a ‘Testimonianze ricerca azioni’, il festival di Teatro Akropolis che dirigiamo io e Davide”.

David Beronio: “Abbiamo quasi finito le riprese, abbiamo cominciato il montaggio. Si tratta di un capitolo dedicato a Gianni Staropoli che è un importante datore luci, un daylight designer che ha vinto due premi Ubu (importante riconoscimento teatrale, ndr) e quindi rappresenta un po’ un’esperienza di grande innovazione rispetto al lighting design teatrale. Accompagnando Gianni Staropoli attraverso una sorta di viaggio, noi proponiamo anche un percorso attraverso le diverse manifestazioni della luce che passano da momenti di grande astrazione fino ad arrivare alla ricerca dell’opposto della luce che è il buio, che è l’oscurità. Questo è uno dei temi di Staropoli, lui lavora molto sul rapporto tra il buio che c’è sulla scena e la luce, quindi, sono due gli elementi, non è solo la luce, ma è la luce e il buio e questo noi cerchiamo di raccontare in questo film”.

Genova è la vostra città?

Clemente Tafuri: “Siamo di Genova, lavoriamo a Genova e il Teatro Akropolis è il teatro che noi dirigiamo e che produce questa serie di documentari e che ha sede qui a Genova”.

La vostra intesa quando è nata?

Clemente Tafuri: “Noi ci siamo conosciuti con Davide negli anni Novanta. Facevamo entrambi l’università. Ci siamo conosciuti in quel periodo. Da lì abbiamo iniziato i primi esperimenti letterari e abbiamo continuato fino ad arrivare poi, passando attraverso il romanzo, al teatro e dal 2001 abbiamo iniziato questa avventura teatrale che poi nel 2010 è diventata Teatro Akropolis come luogo fisico”.

Avete una compagnia?

Clemente Tafuri: “Sì, abbiamo una compagnia teatrale di produzione, abbiamo dei performer che lavorano al Teatro Akropolis stabilmente e poi tutto uno staff fatto di persone che gestiscono i vari aspetti della vita teatrale”.

Al vostro Teatro Akropolis, in piena pandemia, non interessava ospitare spettacoli in streaming. La ragione?

David Beronio: “Questa è stata una scelta un po’ radicale che noi abbiamo fatto. Ma in quel momento c’era una specie di isteria intorno al che fare con i teatri chiusi e a un certo punto l’alternativa dello spettacolo in streaming sembrava una via praticabile, un’alternativa che però nega radicalmente l’esperienza del teatro ed è proprio lì che è nata la ‘Parte maledetta’, è proprio lì che abbiamo deciso che, non volendo percorrere una strada che rischiava di creare dei surrogati dell’esperienza teatrale vissuta sulla scena, era necessario affrontare il linguaggio del video per portare tutte quelle tematiche, per portare tutte quelle istanze che in quel momento non era possibile portare sulla scena, ma che comunque hanno un diritto di cittadinanza in un lavoro filmico, anche al di là ovviamente delle questione pandemiche, tant’è vero che stiamo andando avanti con il progetto della ‘Parte maledetta’ e proporremo un nuovo film a novembre durante il nostro festival”.

Cosa vi ispira nella bellezza del vostro lavoro: il dare senso alla vita?

David Beronio: “Sicuramente dare un senso alla vita è lo scopo principale della filosofia, innanzitutto quindi in un lavoro dedicato ad uno dei più grandi filosofi contemporanei. Chiaramente, la domanda, quanto meno la domanda sul senso della vita, emerge ad ogni passo. Poi dare la risposta è un altro discorso e non credo che sia compito, sicuramente non dell’arte, ma neanche della filosofia. Credo che sia molto più importante suscitare e porre domande nel modo giusto, cioè nella maniera più radicale possibile”.

Il senso del teatro oggi?

Clemente Tafuri: “Io credo che si possa proprio parafrasare quello che dice Carlo nel film, cioè per poter parlare di un teatro che abbia un senso, di un’esperienza più che altro teatrale che abbia un senso, bisogna capire tutto ciò che di irrisolto e problematico è nella nostra storia, capire queste domande, quali di queste domande sono ancora urgenti e, in un certo senso, anche risolvibili e che, quindi, continuano a interrogarci e con cui noi dobbiamo confrontarci. Io credo che se si parte da questi presupposti teorici, allora fare teatro può ancora avere un senso e uscire da quella logica un po’ spettacolistica di intrattenimento che spesso si vede e con cui a volte ci troviamo a confronto”.

David Beronio: “Il teatro rispetto alle altre arti è un po’ l’arte che non ha un’opera che si deposita, come la musica d’altronde e, quindi, la complessità è data anche da quello. Io non faccio mai i confronti con un’opera finita, con un’opera che diventa un oggetto come un quadro, come un libro, come una scultura. È qualcosa che c’è nel momento in cui viene eseguita e nel momento successivo non c’è già più. Quindi, molto spesso, si ragiona sul copione, su una scenografia, su un costume e sono delle sorti di apparato, delle cose residuali che rimangono, come se fossero le tracce di una mareggiata, ma l’onda non c’è più, nel momento in cui la guardo già non c’è più e, quindi, la complessità del teatro ha quest’ulteriore aspetto”.

You May Also Like

“Tutti amano Jeanne”, Céline Devaux prova a raccontare la depressione con infinita leggerezza

Karawan Fest, abbatte i muri con i film e il sorriso

Carlos Eichelmann Kaiser, una toccante storia di accettazione e comprensione

Claudia Conte: “La cultura genera ogni cambiamento sociale”