L’inesorabilità del provare amore in “A white white day – Segreti nella nebbia” di Hlynur Pàlmason

Lo scorrere inesorabile del tempo e la musica di Edmund Finnis che trasmette oscuro mistero accompagnano lo spettatore nel viaggio di un uomo devastato dalla perdita della moglie. Questo dolore fitto e violento trova tregua solo nell’affetto puro e innocente della nipotina che tiene legato il nonno alla bellezza della vita, facendo da contraltare al ricordo della donna amata. Quando una scatola di effetti personali della moglie viene ritrovata, l’inconsolabile vedovo capisce che la sua grande storia d’amore forse non era così immensa; al contrario, lei lo tradiva con uno del posto: ma con chi? In questa ricerca che si fa ossessione l’uomo sembra perdere la bussola di ciò che è, dilaniato nella nebbia fitta dei suoi sentimenti avvolti dalla fredda temperatura islandese. Il 28 ottobre, distribuito da Trent Film, arriva al cinema il film “A white white day – Segreti nella nebbia” di Hlynur Pàlmason. Il cineasta islandese torna sul grande schermo con un’opera seconda premiata come miglior film al 37° Torino Film Festival dalla giuria presieduta da Cristina Comencini e con una candidatura agli European Film Awards per il miglior attore protagonista a Ingvar Sigurdsson (nei panni del protagonista Ingimundur), vincitore del Rising Star Award al Festival di Cannes; la pellicola è stata inoltre designata dall’Islanda agli Oscar 2020 come Miglior Film Internazionale. “È una storia d’amore e odio allo stesso tempo – sostiene il regista Hlynur Pàlmason -, perché i pensieri più belli sono spesso vicini a quelli più oscuri. Le persone che ami e adori spesso sperimentano i tuoi lati peggiori e il confine tra amare qualcuno e odiare qualcuno è molto sottile”. Il film non è il solito film. Questa è un’opera che mette alla prova l’oscurità della nostra anima, testando la capacità di guardarsi allo specchio deformato di uno scorrere lento di immagini, di inquadrature fisse, di un incedere della storia che lascia troppo spazio ai pensieri e alle domande. “La mia collaborazione con il montatore Julius Krebs Damsbo è molto importante per me: al montaggio ci immergiamo profondamente nel filmare trovandone ritmo e stile”, dice Pàlmason, probabilmente ben conscio di un ritmo e uno stile nati al montaggio che fanno di questo film un’opera che dilania e turba come il cadere di una goccia d’acqua a ritmo cadenzato e disturbante da un rubinetto che perde.

You May Also Like

“Napoleone. Nel nome dell’arte”, quando il bottino di guerra cozza con l’ideale del bello

Potente la rilettura dell’Antigone di Sofocle a firma della regista Sophie Deraspe

Karawan, quando l’incontro tra culture passa dal sorriso

Roberto Benigni, la purezza dei sentimenti di un cineasta poeta