“Dau. Natasha”, il film che fa respirare l’aria asfissiante della totalitaria Urss

Sentire sulla propria pelle il senso di solitudine, depressione e oppressione della protagonista in maniera più che empatica, quasi viscerale. Accade guardando “Dau. Natasha”, di Ilya Khrzhanovskiy e Jekaterina Oertel, premiato al Festival di Berlino (ha ottenuto l’Orso d’Argento per il contributo tecnico, grazie alla fotografia di Jürgen Jürges) ed uscito in Italia il 26 agosto scorso. È il primo film nato dal visionario progetto Dau, che ha interessato oltre 400 attori non professionisti chiamati a vivere per tre anni come nell’Unione Sovietica tra il 1938 e il 1968, con i vari personaggi che convergono nel Lev Landau Institute, l’istituto scientifico intitolato al celebre fisico russo (1908-1968). In questa spietata convergenza tra realtà e finzione, il primo risultato di questa operazione a cavallo tra cinema, performance, scienza, critica sociale ed esperimento antropologico è un capolavoro. Si può non amare l’umile cameriera della mensa dell’istituto scientifico Dau che nel momento in cui pensa di aver trovato l’amore finisce nella morsa del Kgb, ma l’attrice non professionista Natasha (da cui il nome della protagonista) Berezhnaya riesce a trasferire allo spettatore tutto il dolore che la dilania nelle viscere, anche se costretta ad andare avanti, cercare di sopravvivere e far buon viso a cattivo gioco. Il film è sconvolgente perché fa respirare l’aria tetra, asfissiante e opprimente dell’Urss, pervadendo occhi e anima. Il punto di vista di Natasha su di un regime totalitario è un monito.

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