L’istanza di libertà dell’artista Ben Ormenese

Un artista che vuole portare avanti la sua ricerca e che pensa sia necessario lavorare nell’arte contemporanea, si trova ad affrontare molte difficoltà. Ogni tanto verrebbe voglia anche a lui di fare il paesaggetto. Ma devi essere un uomo libero per andare avanti. Ti deve interessare solo la tua arte. Il paradosso sta nel fatto che in questo modo dovrai forse aspettare di essere morto. Quando l’umanità si libera dell’artista, allora può cominciare a ricordarlo. Defunto ha smesso di fare paura e allora ci si occuperà dei suoi lavori, si inizierà a valutarli e a venderli alle aste. Non mi importa, io vado avanti nella mia ricerca“, così nel 1998, in occasione di una mostra a Bologna, dichiarava (a Giovanni Simoneschi che lo intervistava) Ben Ormenese (1930-2013). Artista friulano formatosi nella Milano degli anni Sessanta e Settanta come pittore, per poi intraprendere una ricerca sulla luce nel nuovo Millennio, non rinnegò mai rispetto e gusto “quasi carnali per le materie” che via, via utilizzerà, come scrive il gallerista Leonardo Conti nel catalogo della mostra “Ben Ormenese e i suoi tempi”, che resterà visitabile fino al 15 settembre prossimo alla Pinacoteca Comunale Antonio Sapone di Gaeta (Lt), istituzione che ha intrapreso un progetto di approfondimento sull’arte del Novecento sotto la spinta del suo presidente Antonio Lieto. “Per Ormenese il quadro della natura e la natura del quadro non cessano di scambiarsi, di sovrapporsi e di confondersi“, come osserva ancora Conti, in una continua oscillazione tra l’aniconicità e la figurazione, non disdegnando la sovrapposizione di piani. La rassegna raccoglie un esprit sufficientemente esaustivo della sua poetica, accanto ad un’interessante sintesi dell’humus artistico che lo circondava negli anni intensi della sua ricerca appassionata tra pennelli, scalpelli, plexiglass e legno.

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