Gabriele Gallinari: se un personaggio ti riaccende la fantasia…

Recita accanto a Miriam Dalmazio, Antonia Truppo, Margareth Madè, Luca Rita Abela, Giovanni Calcagno e Guido Caprino nel film “Il mio corpo vi seppellirà” di Giovanni La Pàrola (che firma anche la sceneggiatura a quattro mani con Alessia Lepore), una produzione Cinemaundici e Ascent Film con Rai Cinema, on demand dallo scorso 12 marzo. È il 1860, quando nel Regno delle due Sicilie, all’alba dello sbarco delle truppe garibaldine, una donna senza nome si unisce ad un gruppo di brigantesse, alla ricerca della sua personale vendetta. Lui riveste il ruolo di barone: è uno di chi ci si può fidare? Del personaggio si scoprirà godendosi il film, dell’attore non c’è che da riconoscerne la simpatia ed empatia nelle risposte a questa intervista. Il suo nome è Gabriele Gallinari, è di Palermo e l’età non si trova scritta da nessuna parte perché per lui “un attore non ha età e più è avvolto nel mistero più conquista“, però qualcosa di lui l’ha raccontata.

Gabriele, quando hai scoperto la tua vocazione per la recitazione?

È molto strano perché non vengo da una famiglia che è particolarmente attenta al teatro e al cinema; non c’erano artisti. Però se tu mi chiedevi a 8, 9 anni cosa volevo fare, ti avrei detto che volevo fare l’attore, ma non so da dove mi venisse questa cosa qui. Approfittavo di qualunque occasione per fare dei piccoli spettacoli. Quando da piccolo arrivavano amici dei miei genitori a cena o a pranzo, io entravo in soggiorno e annunciavo che ci sarebbe stato uno spettacolo. Andavo a rubacchiare in tutti gli armadi di casa, mi travestivo, prendevo oggetti, facevo delle incursioni in salotto, mi beccavo gli applausi e, felice, me ne andavo. È andata avanti un po’ così l’infanzia. Sono seguite recite scolastiche, corsi di teatro e poi c’è stato uno stop molto lungo, perché io sono cresciuto con l’idea che avrei lavorato nell’azienda di famiglia. Devo dire, non avevo le idee chiarissime. Per me la recitazione era un po’ un sogno, ma non gli davo una dimensione concreta, cioè non era per me una possibilità concreta di carriera, un mestiere. Quindi mi sono ritrovato a Milano, laureato in Economia. Sono tornato a Palermo e per un anno ho venduto macchine. Poi mio padre è stato molto, molto male. Lui sino ad allora aveva sempre scelto cosa fare nella vita: aveva scelto un lavoro che gli piaceva e coltivato le sue passioni. Così, sebbene la situazione non fosse semplicissima, questo mi ha dato la forza di capire che era il caso di provare anch’io a fare quello che volevo. Quindi mi sono licenziato, ho fatto il concorso e sono entrato alla Silvio D’Amico a Roma e allo Stabile di Genova, scegliendo di frequentare lo Stabile di Genova. A 27 anni ero il più vecchio della classe dove c’erano 18 e 19enni, ma ho ricominciato daccapo. Sono stati in assoluto i tre anni più belli della mia vita. Ho un ricordo di Genova come di una città pazzesca, forse perché per la prima volta nella mia vita facevo una cosa che mi piaceva veramente e, quando questo succede, credo che ti sembri bello qualunque posto, in più Genova è una città stupenda che tra l’altro mi ricorda Palermo dove sono nato: il mare, il miscuglio di gente che c’è, tanti giovani, una buona università, c’è passaggio, c’è giro. In ogni classe, per esempio, allo Stabile di Genova, c’era uno, massimo due genovesi e le altre dieci persone venivano da tutta Italia, con in più una persona che veniva da altri paesi dell’Europa“.

Tuo padre poi si è ripreso?

No, papà ha avuto una grave malattia, è venuto a Milano per fare un intervento ed è rimasto tre anni in coma. Io lì ho dovuto chiaramente terminare gli studi, laurearmi e andare a lavorare. Lì non ho più potuto pormi tante domande, dovevo andare avanti perché c’era bisogno che tutti lavorassero in famiglia. Papà poi si è svegliato dal coma, è stato 15 anni in uno stato che poi è diventato vegetativo, una parabola discendente, e 5 anni fa è morto“.

Mi dispiace. Non sai se lui fosse contento della tua scelta?

No, io gli parlavo e credo capisse quello che gli raccontavo in qualche maniera, perché vedevo che aveva delle reazioni. Ma quando lui prendeva l’iniziativa per dirmi qualcosa, molto spesso non aveva il contatto con la realtà, quindi non posso esserne certo. Però io gli parlavo e questo in un certo senso mi basta“.

Qual è stata in questo periodo la tua forza per affermarti nel mondo artistico?

Non voglio essere retorico, ma quando tu vedi che una persona energica, nel pieno delle sue forze, molto pratica, fattiva, da un giorno all’altro entra con le sue gambe in ospedale e si riduce in quello stato, capisci che si campa una volta sola e che, se hai la possibilità, devi provare a fare quello che vuoi nella vita. Questa cosa qua mi ha dato una bella spinta perché a 27 anni sei già meno duttile di un diciottenne, nel senso che hai un bagaglio maggiore di un diciottenne e quindi hai magari anche qualche struttura in più da smantellare. Però io avevo deciso che avere 27 anni non importava, dovevo smettere di pensare che ero in ritardo rispetto agli altri, dovevo provare a fare quello che mi piaceva, questo mi ha dato anche una faccia tosta che non avevo prima. Io tendo alla timidezza, diciamo, adesso magari lo sono di meno. Però ho pensato ‘magari è una cazzata, lascio un lavoro, mi metto a 27 anni a fare una cosa che milioni di persone vogliono fare e probabilmente fai una vita d’inferno’. Però ho detto ‘se sbaglio, voglio sbagliare con la mia testa’. Quindi lì mi sono proprio gettato. La mia famiglia non era d’accordo, c’è stata una rottura molto forte. Per un anno non ho più sentito nessuno“.

Però hai trovato tanto calore a Genova come mi stavi raccontando…

Assolutamente sì, mi sono sentito accolto, ho anche scelto Genova perché la dimensione era più raccolta, più familiare, eravamo di meno, avevo visto gli spettacoli dei ragazzi diplomati e mi piacevano molto. Mi piaceva moltissimo come regista Sciaccaluga che purtroppo è mancato pochi giorni fa dopo una lunga malattia. Ho lavorato con lui. Ci sono degli spettacoli dello Stabile di Genova, tra cui ‘Morte di un commesso viaggiatore’, di cui sono rimasto folgorato. Per me Genova era una sicurezza. Lì mi sono trovato subito a casa. Tra l’altro, a 27 anni mi sono ritrovato in un appartamento con sette persone, un bagno, avevano tutti 18 anni, ero praticamente lo zio di casa, però fai tutto volentieri quando fai una cosa che ti piace, non senti il peso“.

Studiando, quali sono stati gli insegnamenti che più ti hanno formato e quali hai assunto come tuoi modelli di riferimento?

Sostanzialmente, la cosa che più mi è rimasta è una certa ricerca di concretezza, il cercare sempre di mettersi in relazione con gli altri, che sia il pubblico, che sia un tuo partner in scena; anche quando hai un monologo, quindi non hai un partner di scena, il radicarti, l’essere in relazione con quello che c’è attorno a te, e avere molto rispetto. Recitare, per come mi è stato insegnato, è qualcosa di rigoroso: tu racconti una storia, metti in scena un personaggio che forse potrebbe essere realmente esistito o forse no, ma tu devi avere rispetto per il testo e per il personaggio che porti in scena, per la storia che stai raccontando“.

Tra tutte le tue interpretazioni, mi riveli qual è il monologo a cui sei più legato?

Ho lavorato molto con un regista napoletano, Francesco Saponaro, su un monologo di Enzo Moscato tratto da una raccolta che si chiama ‘Occhi gettati’, il ‘Desnudo’“.

Cinema, teatro, tv: dove senti che sei riuscito ad esprimerti al meglio?

Io ho una formazione teatrale e non so se arriverò mai nella mia vita a sentirmi a mio agio a teatro, nel senso che per me è sempre un’emozione bestiale, il battito del cuore va in tilt, la salivazione se ne va a quel paese, è una roba deflagrante. Poi, chiaramente, poche cose mi fanno sentire così vivo, così attento, così parte di qualcosa come il teatro. Di televisione ne ho fatta abbastanza, soprattutto appena diplomato, ed è una palestra pazzesca perché devi essere sempre veloce, sempre pronto, perché è buona la prima, al massimo la seconda e quindi se non sei pronto sono cavoli tuoi. Quella lì quindi è una bella scuola. Il cinema è il mio sogno, cioè fare cinema a un buon livello è il mio sogno. Il motivo è che tutto sommato io credo di essere più portato per il gesto piccolo, per il particolare che la macchina da presa viene a scovare, mi sento più libero e mi sembra di avere più possibilità. Chiaramente, a teatro tu devi arrivare anche all’ultima fila, questo significa che in termini di voce, in termini di ampiezza del movimento devi tenerne conto. Io credo di sentirmi più a mio agio al cinema. C’è una magia che io sento al cinema che probabilmente nelle altre cose sento meno“.

Chi sono i registi con cui ti piacerebbe lavorare?

Ce ne sono tanti: Garrone, Salvatores… Gabriele Mainetti mi sembra bravissimo, così come Rovere. Mi piacerebbe lavorare con Tornatore. Mi piacciono Paola Randi, Susanna Nicchiarelli. Ce ne abbiamo di registi bravi“.

Quale storia ti piacerebbe portare in scena?

In realtà, proprio in questo momento io per la prima volta sto lavorando ad un adattamento di un racconto per realizzare un cortometraggio. È un racconto di Julio Cortázar, ‘Casa occupata’. È un dialogo tra un fratello e una sorella, con un’ambientazione davvero fantastica. C’è pochissimo testo, quindi in questo caso si tratta anche di un lavoro di scrittura. Per me è la prima volta perché io fino a questo momento non ho mai sentito veramente l’urgenza, l’esigenza di raccontare qualcosa di mio. Mi sentivo di eseguire e poi nell’esecuzione di metterci del mio. Invece questa volta ho capito che ho bisogno di essere più autonomo. Ho bisogno non solo di interpretare, ma anche di essere un po’ autore, forse anche per i tempi che viviamo… .

Autore ed attore di questo corto, ti proverai anche come regista?

Sì, esattamente“.

Mi racconti la storia?

Si parla di un fratello e una sorella quarantenni, che vivono in una casa molto grande che hanno ereditato dalla loro famiglia. Progressivamente questa casa viene occupata, ma non si sa da chi, non si sa veramente cosa sta succedendo. È la loro immaginazione? È il loro ricordo? È qualcosa che loro sognano? In ogni caso, progressivamente la casa viene occupata e loro si ritraggono in uno spazio sempre più piccolo sino ad abbandonare questa casa”.

Tu interpreterai il fratello?

Sì, mentre la sorella la farà una mia amica attrice che stimo molto ed è entusiasta della storia. Non la nomino perché non so se poi questo progetto andrà in porto. Il lavoro è ancora lungo. Devo trovare le condizioni per poterlo portare a termine“.

In un ideale film di cui sei protagonista, diretto da uno dei registi che hai nominato, chi vorresti come tuo antagonista?

Io vorrei lavorare con Elio Germano, Kim Rossi Stuart e Vanessa Scalera“.

Qual è il tuo orizzonte professionale? Guardi oltre l’Italia?

Per la verità, a febbraio dell’anno scorso io ero a Los Angeles dove stavo studiando, ma sono dovuto tornare indietro perché capivo che col Covid la situazione non si stava mettendo bene. Quella è una cosa che appena ci saranno le condizioni mi piacerebbe riprendere. È difficilissimo chiaramente per un italiano lavorare a Los Angeles, ma non è necessariamente quello l’obiettivo, ma studiare con un altro sistema, in un’altra lingua, con gente nuova, in un ambiente completamente diverso l’ho trovato molto stimolante. Comunque, devi sempre imparare, devi sempre studiare, migliorare, io voglio diventare bravo. Tutto questo lo si fa studiando ma anche lavorando, quindi se uno mi chiede cosa ti piacerebbe fare, rispondo il cinema, ma in realtà io voglio lavorare in qualunque forma e ovunque, teatro, televisione, cinema, perché è la palestra che ti fa diventare bravo, il poter lavorare costantemente che purtroppo non è semplice“.

Da poco è disponibile sulle piattaforme “Il mio corpo vi seppellirà” che ti vede nel ruolo del barone Giustino Fortunato, quali le sue caratteristiche?

È un grandissimo cialtrone, che racconta un sacco di bugie, è un ‘baronastro’ di campagna che è estremamente vanitoso, che non fa altro che vantarsi delle sue gesta eroiche, del suo passato militare con la moglie e con chiunque incontra. Salvo poi, nel momento del pericolo, c’è una storia di rapimento in cui la moglie è coinvolta, darsela a gambe, senza difendere chi lui dice di amare, senza dimostrare quel coraggio che ha tanto decantato fino a quel momento. Quindi diciamo che sulla carta è un personaggio abbastanza negativo, ma a me ha fatto una grandissima simpatia da subito perché probabilmente io credo che Giovanni La Parola abbia scritto molto bene questo personaggio, perché è esattamente come sono le persone che non sono mai 100 per cento buone e 100 per cento cattive. Lui non è 100 per cento cattivo. Ha per esempio una vitalità secondo me meravigliosa, un gran senso dell’ironia, tutte cose che tra l’altro mi ricordano molto la mia terra. Io credo sia stato un incontro fortunato quello con questo personaggio, che mi ha riacceso la fantasia, ci ho trovato subito delle cose familiari, ci ho trovato immediatamente un certo tipo di ironia, una particolare camminata che era la camminata di un vecchio amico di mio padre… La moglie, poi, si chiama Filomena nel film e io sono cresciuto a Palermo in un palazzo il cui portinaio aveva una moglie che si chiamava Filomena e nell’androne dove la voce rimbombava ricordo che da piccolo sentivo lui che chiamava mille volte al giorno la moglie ‘Filù’ e mi è rimasto questo ‘Filù’ in testa, quindi chiaramente mia moglie nel film è diventata ‘Filù’. Queste sono tutte cose piccole che quando succedono però ti aiutano a trovare una verità, a dare verità al personaggio. Poi, il ruolo io l’ho preso in maniera particolare perché era pensato per un attore famoso. Io, sapendo di questo film ed essendo abbastanza incuriosito, mi sono proposto al casting per fare da spalla ai provini e ho fatto per due settimane la spalla alle protagoniste, le brigantesse a cavallo, e facendo questo ho optato per un provino per un ruolo minore. Ma il regista ascoltando la mia voce nei provini – lui non mi vedeva chiaramente perché io non ero davanti la macchina da presa, stavo dietro, davo le battute -, si è incuriosito e mi ha voluto vedere e mi ha fatto il provino per questo ruolo qua che in realtà era un ruolo che non era mai stato aperto perché era già pensato per qualcuno. Quindi ho preso il ruolo in questa maniera, è stata una conquista“.

Quindi è nata da subito una bella intesa con il regista Giovanni La Parola?

Sì, direi di sì. Ci siamo divertiti da matti. Io amo Giovanni, Giovanni è pazzo nella migliore accezione, nel miglior senso della parola, è un visionario. Questo è un film coraggioso, perché in Italia non è che si vedono cose di questo tipo“.

È definito “western – pulp”, il pubblico cosa si deve aspettare da questo film?

C’è la storia, c’è il western, c’è il lato pulp, richiama un po’ Tarantino. C’è anche forse la prima emancipazione delle donne, di queste brigantesse a cavallo. Giovanni ha studiato tanto questo periodo storico prima di fare questo film che tra l’altro è stato anticipato una decina d’anni fa da un bellissimo corto che si chiamava ‘Cusutu n’ coddu’, che in siciliano vuol dire ‘cucito addosso’: è la storia di un sarto“.

La Sicilia è molto frequentata artisticamente, secondo te viene raccontata nel modo giusto?

Ci sono stati tantissimi progetti che hanno trovato la Sicilia come ambientazione, alcuni l’hanno raccontata in una bella maniera, penso ad esempio a ‘La mafia uccide solo d’estate’ (sia il film che poi la serie), altri invece devo dire la verità sembra che parlino per sentito dire, vanno abbastanza per cliché e allora quello mi dispiace un po’, nel senso che la Sicilia è anche mafia, ma non è solo quello, si può trattare l’argomento con una certa umanità come è il caso di ‘La mafia uccide solo d’estate’. Altri progetti, invece, veramente sembrano semplicemente sfruttare l’argomento fino all’osso per poi gettare un po’ via la situazione. Ci sono tante altre cose da raccontare della Sicilia, non c’è solo quello. Giovanni, per esempio, ha ambientato questo film in Sicilia e racconta qualche cosa di inedito, ci sono tante altre cose da raccontare della Sicilia, invece più o meno quello che si vede è un po’ sempre la stessa cosa che rende onore fino ad un certo punto“.

Quali sono i caratteri della Sicilia che più ti appartengono?

Io credo di essere abbastanza vitale, nel senso che è difficile proprio buttarmi giù, ti ci devi mettere d’impegno, non ho avuto una vita facilissima, chiaramente ho i miei momenti bui, però io non mi abbandono allo sconforto. Credo che la nostra sia una terra molto resistente perché davvero la Sicilia è stata dominata da chiunque e ce l’abbiamo sempre in qualche maniera fatta, ci siamo portati le cose belle e le cose brutte di ogni dominazione. Io difficilmente mi piego, vado avanti, vado sempre avanti, non mi abbandono a uno stato depressivo, non mi crogiolo nella sofferenza, nella malinconia, tendo sempre a reagire, a combattere. Questo credo sia un lato della mia terra“.

C’è un messaggio che affideresti ad una bottiglia?

Bisogna sempre provare a fare quello che piace, a dare una concretezza ai propri sogni, bisogna provarci nella vita in qualche maniera, perché poi le cose si muovono. Se tu hai coraggio, in qualche maniera le cose si muovono e da qualche parti arrivi sempre. Non bisogna avere troppa paura“.

In questo tu sei un esempio.

Non lo so, però sicuramente ho dato un bello scossone alla mia vita, probabilmente non sono arrivato esattamente dove avrei voluto, magari ci arriverò, magari no, però io qualche cosa l’ho fatta. L’attore deve raccontare una storia e attraverso quella storia deve far muovere chi lo ascolta, deve provare a insinuare un dubbio, a suggerire un altro punto di vista, a cambiare, cioè rendere qualcuno che ti vede diverso dal momento prima di averti visto. Il movimento credo che porta sempre da qualche parte“.

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