“Aria”, la vita in lockdown oltre la mascherina

Non scontata, ma pregna di significato, aggiungendo nuovi punti di vista sul momento drammatico che tutto il mondo sta vivendo sotto il peso del Covid-19: è “Aria”, la docu-serie su alcuni italiani che nel proprio Paese e in varie parti del mondo – dalla Cina al Kenya, dal Brasile alla Francia – condividono la propria insolita e difficile nuova quotidianità in un arco temporale che va da marzo (in realtà grazie ad alcuni contributi video ripresi spontaneamente e indipendentemente si risale a gennaio) fino a fine luglio quando è cominciato in contemporanea alle ultime riprese il lavoro di montaggio. Quest’opera filmica, prodotta da Minollo Film e già disponibile su RaiPlay (in 6 puntate da 25 minuti), è importante dal punto di vista della forma, del contenuto e del fine – i proventi della docu-serie saranno devoluti all’Istituto Nazionale Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani -. È partita da un’idea di Andrea Porporati, Daniele Vicari e Costanza Quatriglio ed è andata avanti formando una redazione di giovani filmmaker – Chiara Campara, Francesco Di Nuzzo, Flavia Montini, Pietro Porporati, Greta Scicchitano – e questo team si è messo a cercare storie tra conoscenti e svolgendo una certosina ricerca sui media. Individuate le storie che sembravano potessero portare ad un punto di vista particolare, si è cominciata a raccontare la quotidianità ai tempi della pandemia. In incontri bisettimanali gli autori vagliavano tutto il materiale raccolto. Nel corso delle riunioni si parlava delle diverse situazioni condividendo le emozioni che i racconti di volta in volta donavano.

“Siamo partiti col cercare gli italiani attraverso cui e con cui raccontare questi mesi – dice in conferenza stampa streaming Andrea Porporati -. Non sapevamo se trovavamo materiale che avesse senso. Alla fine questo film lascia la sensazione di un provvisorio lieto fine in estate, un momento di rinascita fatto di presa di coscienza e ritorno del godersi del tempo che ha ricominciato a scorrere. Queste persone ci offrono il loro punto di vista. È un’orchestra di persone dove tutti vanno d’accordo senza un direttore che li diriga. L’intervento registico più importante è avvenuto sul montaggio, avevamo tantissimo materiale che doveva spingerci in un racconto corale: trovare il filo che legava tutte queste storie. Qui non c’era il filo, c’erano delle intenzioni. Il montaggio è durato molto a lungo con tre montatori fissi (Graziano Molinari, Angelo Santini e Martina Torrisi) e Luca Gasparini che coordinava. Piano, piano si è venuta a comporre anche la musica di Francesco Cerasi che all’inizio non si riusciva a trovare perché non c’era il bandolo della matassa. È stato un lavoro di scoperta che forse non si sa neanche se è riuscito, dando il giusto peso alle singole voci non sovrastandone altre. Abbiamo fatto scelte talvolta dolorose, ma necessarie”. Si comincia da Greta Pesce, la studentessa italiana che, appena atterrata a Pechino, viene prelevata con tutti gli altri passeggeri e messa in quarantena in un albergo, e si gira per il mondo, conoscendo tanti volti e storie tra disagio e voglia di combattere ed aiutare. Tra i testimoni c’è Daniele Sciuto, un medico che con sua moglie Yasmin Genovese, ostetrica, lavora all’ospedale di Samburu County in Kenya. “Quando sono stato contattato ai primi di aprile da Pietro Porporati tramite facebook, qui in Kenya era terribile perché all’inizio si pensava che il Coronavirus qui non arrivasse – racconta il dottore in collegamento streaming -. Ho declinato all’inizio l’invito perché pensavo fosse l’ennesima spettacolarizzazione del dramma africano. Ma Pietro è stato tenace chiarendomi che si voleva raccontare senza spettacolarizzare. Non mi sono innamorato di questo modo di raccontarci. Sono stati giorni intensi, senza avere il tempo giusto per fare le riprese. È stato duro, difficile trovare i momenti per riprendere e inviare il materiale con connessioni molto lente. Mi sono innamorato però del progetto sociale che andava ad incarnare. Questo docufilm mi è sembrato portasse l’analisi a una riflessione più profonda su quanto stia accadendo. C’era molta attesa di questo dramma che investiva l’Africa. Quando in Italia le notizie erano tutte uguali, l’attenzione si è spostata sull’Africa. Ma quando il dramma non c’è stato, ha perso d’interesse giornalistico. In realtà per noi è stato ed è tuttora dura. Abbiamo avuto un’onda gigantesca che stiamo continuando a cavalcare. Il Covid in Africa è un dramma sotterraneo. Qui per esempio abbiamo avuto un incremento di giovani donne, dai 13 ai 15 anni, incinte che per lo più partoriscono in casa, una situazione che genera mortalità materne e disabilità nei bambini. Questa situazione non fa notizia e non sarà attribuita al Covid, quando è l’effetto. In questo docufilm questo viene raccontato in piccole dosi perché non voleva essere un documentario sanitario. A piccole pillole nella mia testimonianza, però, credo che qualcosina di questi aspetti passi”. “Inizialmente avevamo dato delle indicazioni con specifiche tecniche ben precise – dice Pietro Porporati -. Poi ci siamo resi conto che calcare la mano non andava bene, il loro punto di vista era molto più forte”.

“Il magma di immagini che noi abbiamo vissuto e continuamente viviamo a volte passivamente ha bisogno di un’organizzazione del pensiero che non è scontata e che soltanto il linguaggio può dare – osserva Costanza Quatriglio -. Questa cosa la dico perché sono stati mesi intensi in cui ci siamo interrogati su questo. Le immagini vengono rimosse se non vengono pensate in un certo modo. Ci deve essere un pensiero e una condivisione di un pensiero del mondo. Non basta l’immagine in sé. Siamo immersi in immagini destinate a colpirci e a svuotarci di significato: il discorso lo può fare il cinema”. “Io e la produttrice Francesca Zanza – ricorda Daniele Vicari – nel lontano 2007 con ‘Il mio paese 2.0’ abbiamo fatto il primo progetto partecipato sul tema dell’industrializzazione e del declino industriale. Scattato il lockdown, abbiamo deciso di prendere il nostro mestiere in mano. Apparentemente gli italiani hanno reagito, ma in fenomeni di costume, così abbiamo deciso di riprendere gli italiani in movimento. Stiamo anche ultimando un film di finzione in merito. In ‘Aria’ abbiamo cercato di restituire ai testimoni lo strumento di raccontarsi. La fatica di riprendersi è il senso della nostra vita di cineasti. Gli italiani che camminano è un’immagine bellissima di costruzione del futuro. Non basterà il vaccino per uscire dalla pandemia, ma serve un cambiamento radicale”. Sul film di finzione “Il giorno e la notte” (produzione Kon – Tiki Film), aggiunge Vicari: “Lo stiamo ultimando. Si vedrà quando avremo la certezza di farlo vivere con la distribuzione. Siamo molto contenti di una società che ci permetterà di far vivere i nostri lavori al limite del cinema e della multimedialità. RaiPlay è il futuro. Anche chi fa il regista deve imparare ad evolvere”.

“La docu-serie ‘Aria’ è un tassello importante della nostra offerta editoriale che ha iniziato a produrre programmi, documentari e fiction – sottolinea Maurizio Imbriale, vicedirettore RaiPlay & Digital -. Questa iniziativa è speciale perché legata a quello che stiamo vivendo da marzo. Dalle storie raccontate traspare tanta umanità. Diversamente da altre iniziative simili, ‘Aria’ ha un respiro molto più largo e internazionale uscendo dai confini nazionali e dando voce a italiani che spesso sono stati travolti dalla pandemia e dimenticati dai media. C’è un desiderio di rinascita molto forte all’interno del racconto. Per quel che riguarda la forma, abbiamo deciso di non pubblicarlo in 120 minuti, ma di utilizzare la formula di miniserie dai 15 ai 20 minuti per puntata che è il tipo di fruizione che si ha all’interno della piattaforma”. “Non abbiamo avuto nessun dubbio che RaiPlay fosse il luogo più giusto dove fare questo racconto, interpretando il ruolo di servizio pubblico – rimarca Elena Capparelli, direttrice RaiPlay e Digital -. La docu-serie vuole essere un’immersione profonda nella vita delle persone. Io avevo dubbi all’inizio sul nome ‘Aria’, poi viste le immagini ho capito quanto fosse giusto: questo racconto rappresenta l’aria che c’era mancata ed è un grido verso l’aria che dobbiamo ritrovare. Sono molto felice di averlo su RaiPlay. Ci sono mille racconti in questo racconto. Siamo dentro la vita di queste persone e ci siamo appassionati guardandolo con un’emozione che riguarda tutti. Spero che tante persone abbiano la possibilità di entrare in queste storie. Quando uno fa il nostro mestiere deve osservare. C’è una domanda crescente di un tipo di fruizione nuova e RaiPlay interpreta questo nuovo futuro. Produzioni come ‘Aria’ sono diverse da quelle che vediamo ancora oggi nei palinsesti lineari. Il lockdown ha accelerato un fenomeno in crescita e senza ritorno. RaiPlay ha rappresentato una novità importante per il servizio pubblico nell’accogliere tante forme di racconto nuovo in questo ultimo anno e mezzo e credo sia la direzione giusta”.

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