Gigi Proietti ha regalato a tutti qualcosa, quanto leggerete lo ha donato a me

“Il confine fra tragico e comico, anche nel teatro, è labilissimo, ci vuole poco insomma. Se è vero tragico e vero comico, basta spingere l’acceleratore in una direzione piuttosto che in un’altra”, sono le parole di Gigi Proietti (pronunciate in un’intervista a Pino Strabioli) e che oggi suonano amare perché l’acceleratore il giorno del suo ottantesimo compleanno è stato spinto su note amare. Gigi Proietti, per me, è stato sempre immenso, sia sul palcoscenico che fuori. Al Globe Theatre di Roma, da lui diretto, dava uno speciale sigillo al debutto di tutti gli spettacoli in cartellone, raccontandoli sempre con garbo. Quel “Ciao Gigi!” e il suo volto sorridente questa mattina sull’homepage del Globe appare semplice ma per questo grande: un saluto e un inchino composti ad un artista straordinario. Di recente, l’ho rivisto nel film “La mortadella” del 1971 diretto da Mario Monicelli accanto a Sophia Loren: quanta teatralità e maestria! Tra le sue ultime interpretazioni cinematografiche, amo particolarmente quella di Giovanni Passamonte in “Il premio” di Alessandro Gassmann: dà vita a chicche sprizzanti incredibile vitalità. In tv l’ho seguito dalla prima all’ultima puntata, come tanti telespettatori, sia ne “Il Maresciallo Rocca” che in “Una pallottola nel cuore”: per me, un graditissimo appuntamento settimanale. Sono ancora emozionata a ripensare al suo “Cirano De Bergerac”, la prima volta che lo vidi a teatro: lo trovo ancora oggi imbattibile, anche superiore (se si può paragonare uno spettacolo teatrale a un film) a quello del conterraneo dell’autore francese Edmond Rostand, cioè Gérard Depardieu, che per questa interpretazione vinse come miglior attore a Cannes. Alla notizia che la sua Roma – quella che canta in “Nun je da’ retta Roma” sulle note di Armando Trovajoli – potrebbe intitolargli il più grande teatro di Roma, il mio compagno Francesco ha detto che gli piacerebbe vedere il suo nome legato a quello del Teatro dell’Opera. Io non ricordavo le sue regie liriche, dalla Tosca di Puccini alla Carmen di Bizet: porterò il rimpianto di non averle viste! Mentre scrivo, riascolto da youtube “Serata d’onore” del 2004 che vidi al Teatro Augusteo di Napoli con mia madre Pina entusiasta ed io un po’ meno: per me, faceva troppo abuso della sua capacità istrionica, mi aspettavo qualcosa di diverso… A riascoltarlo oggi, avevo torto io! Nella replica di youtube che vedo, chiede alla platea un minuto di applausi per l’allora appena scomparso Nino Manfedi. Anche per Gigi Proietti credo sia più importante di un minuto di silenzio applaudire per un minuto, anzi, come disse lui quel giorno: “meglio 10 minuti!”. Ciao maestro, in una doppia valenza: non solo perché tanti hanno avuto la fortuna di formarsi con te, ma anche perché molti sono cresciuti culturalmente anche grazie a te. Io sono tra questi e per ridere oggi cliccherò tante volte sull’indimenticabile scena conosciuta da tutti come “Spartaco”.

Tra i tanti ricordi che si affollano in queste ore, scelgo quello del collega partenopeo Vincenzo Salemme perché parla dell’amore del teatro con la “T” maiuscola! “Caro Gigi, ti scrivo qualche riga quando ancora non so se sarà consentito venire a darti l’ultimo saluto. Non ti vedevo da un anno. In una trasmissione televisiva mi avevi raccontato la tua volontà di prendere in gestione un teatro. E volevi farlo insieme a me. Per me sarebbe stata un’avventura entusiasmante. Fare teatro accanto al più luminoso dei Giullari. Sei quello che meglio di tutti ha saputo spazzare via quelle stupide etichette dei tempi moderni, che dividono gli artisti in ‘alti’ e ‘bassi’, profondi e superficiali, popolari e di élite… Avevi un rapporto con il pubblico che non era mai falso, manifestavi ciò che eri. Perché un attore, prima di tutto, deve essere onesto. Questa è l’etica di un vero attore. Tu ogni volta facevi un patto con il pubblico: facciamo finta che io sia… E così diventavi re Lear o Mandrake, un cantante maestoso o un menestrello, raccontavi una barzelletta o recitavi un sonetto del Belli. Il pubblico, con te, non era mai passivo, era essenziale, non ti guardava dal buco della serratura come accade nei reality, era in teatro con te e sceglieva il luogo con te, viveva il racconto con te. Avevi una quantità infinita di talento e, grazie al cielo, ce ne hai fatto dono. Di solito non mi piace usare il termine popolo a sproposito ma nel tuo caso è giusto e doveroso dire che il popolo te ne sarà grato per sempre e non ti dimenticherà mai. Perché se Attore è anagramma di Teatro, tu ne sei stato l’esempio più nobile“.

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