Leonardo Manzan: una voce fuori dal coro

Colpisce la sua intelligenza vivida, l’entusiasmo che mette nel fare le cose e la simpatia aperta all’altro con infinita genuinità. È Leonardo Manzan, 28 anni, romano, amante della carbonara come abbiamo scoperto durante un’intervista per la Biennale Teatro dove quest’anno si è aggiudicato il riconoscimento come miglior spettacolo con “Glory Wall“, scritto a quattro mani assieme a Rocco Placidi. La pièce sarà in scena al Teatro Vascello di Roma in prima regionale dal 13 al 18 ottobre (martedì, mercoledì, giovedì e venerdì ore 21 – sabato ore 19 – domenica ore 17).

Quando hai sentito crescere in te la passione per il palcoscenico e deciso di percorrere la strada di regista e attore?

Credo che la passione per il teatro sia nata in opposizione al fatto che mi sentivo molto stretto a scuola, per il rifiuto di non voler fare dopo il liceo un percorso simile, intendo quello universitario. Penso che un po’ per ribellione adolescenziale abbia deciso di avvicinarmi al teatro, anche perché in realtà le mie passioni erano tutt’altre fino allora. Io ero abbastanza convinto di voler fare fisica o matematica all’università“.

Fisica o matematica?

Sì, mi sono sempre riuscite molto meglio le materie scientifiche senza ombra di dubbio, avevo proprio una predisposizione decisamente migliore. Sin da piccolo non avevo dubbi, stavo lì che risolvevo i giochi di logica, gli enigmi, e parlo al contrario. Ho sempre avuto una predisposizione mentale per questo genere di cose qua. Quindi il teatro è arrivato abbastanza a gamba tesa, imprevedibile, perché poi nessuno in famiglia se n’è mai occupato, né tanto meno se ne occupano ora“.

Chi sono gli attori e i registi tuoi modelli?

Io sono rimasto folgorato da quando ho conosciuto Antonio Rezza. Infatti ho paura sempre di assomigliargli – un parolone ovviamente, sarebbe sempre in misura molto ridotta -, non per volontà, ma perché ho visto e rivisto tutti i suoi spettacoli. Antonio Rezza è nell’Olimpo. Non vorrei mai cercare di emularlo, perché sarebbe una scimmiottatura. Però a volte mi rendo conto che mi vengono delle idee che cercano di assomigliargli, allora mi blocco e dico: non farlo“.

Un modello dal passato?

È difficile perché un autore di cui sono innamorato è più difficile a dire. Ho delle opere, una è quella su cui ho lavorato due anni fa in Biennale che è il ‘Cyrano de Bergerac’ di Rostand, che è in assoluto la mia opera preferita, anche più che per una questione analitica sul testo, per una questione affettiva: è una delle prime opere che ho letto di teatro e che mi hanno sconquassato dentro, quindi è rimasta sempre lì, sul podio. E poi ‘Vita di Galileo’ di Brecht“.

Ti sei imposto alla Biennale Teatro con “Glory Wall”, un testo sulla censura. Cos’è per te il controllo preventivo di un’opera e come l’hai declinato in questo spettacolo?

Quest’anno è stata una Biennale tematica, quindi tutti gli artisti chiamati sono stati invitati a confrontarsi con il tema della censura. Di solito quando mi danno una commissione difficilmente riesco a trovare delle scorciatoie o delle soluzioni collaterali per cui tratto il tema ma non lo tratto, quindi ho deciso di affrontarlo di petto. I primi giorni sono stati di grande entusiasmo perché ho detto la censura è un tema importante, mi piace, mi sembra di avere cose molto potenti da dire. Successivamente mi sono reso conto in realtà, a malincuore, che sulla censura non avevo niente da dire. Non perché fossi povero di pensiero io, ma perché è un tema che non mi riguarda e che poi volendo estendere non riguarda quasi nessuno di quelli che hanno debuttato in Biennale, e in generale non riguardava la Biennale. È una commissione un po’ particolare, perché ho l’impressione che il tema della censura è un tema che uno decide di affrontare se lo vuole affrontare autonomamente. Abbiamo detto nello spettacolo che la censura è un po’ il contrario del silenzio, cioè quando la nomini appare. Effettivamente se mi chiedi di fare uno spettacolo sulla censura la prima cosa che faccio è di autocensurarmi perché non mi sento affatto libero di poterla affrontare perché me la stai chiedendo. In secondo luogo, poi, abbiamo fatto questa riflessione un po’ paradossale sul fatto che se la censura sapesse che stiamo facendo uno spettacolo su di lei, probabilmente ci censurerebbe. Non sarebbe felice che stiamo parlando di lei. Quindi lo spettacolo alla fine si è trasformato nella storia nostra – dico nostra perché io l’ho scritta assieme a Rocco Placidi -, della nostra difficoltà che abbiamo avuto nello scrivere e realizzare uno spettacolo sulla censura non avendo niente da dire sulla censura e sapendo che stavamo andando incontro a un cortocircuito gigantesco“.

Perché il muro?

Quando ci siamo resi conto che nel trattare la censura, e soprattutto in una delle fasi che è stata quella di voler trasformare il tema in un obiettivo, abbiamo detto invece di parlare della censura proviamo ad essere censurati. Quindi si è innescato un dialogo tra me e Rocco in cui cercavamo di tirare fuori le idee peggiori che potessero venirci, le più atroci, per cercare la censura, nel senso per provocarla. Finché non ci siamo resi conto che questa cosa non aveva alcun senso. La prima operazione di censura è venuta da parte nostra, è stata un’autocensura. Quindi da lì è nato il ragionamento: se nessuno ci censura perché nessuno si interessa di noi, meno che mai la censura, in generale e un po’ provocatoriamente perché nessuno si interessa del teatro, questa è la cosa che sosteniamo, allora dobbiamo censurarci da soli. Uno spettacolo sulla censura, ma sulla nostra censura, su quella che attuiamo da soli, perché non c’è nessun altro fuori che ha minimamente paura di noi e che sia interessato a nasconderci. Allora ci siamo nascosti“.

Il muro richiamato in scena è altamente simbolico. Come declinate lo spettacolo: in chiave ironica o decisamente seria?

Il muro sicuramente è un totem di significati, simboli, richiami. Affrontiamo il tema decisamente in maniera ironica, autoironica e sarcastica. Questa impotenza di fronte al tema ci ha fatto venir voglia di scherzarci su, però direi che ci sono anche alcune iniezioni di serietà e di vera rabbia, rabbia che si sfoga non precisamente contro qualcuno: in Biennale si è sfogata contro la Biennale, adesso che saremo fuori dalla Biennale la nostra rabbia è più con noi stessi, con il mondo del teatro io ce l’ho sempre, me l’hanno detto in più critiche che la mia cifra stilistica sta diventando una cifra di polemica contro il teatro. Ed in effetti è vero, perché io lo faccio però lo detesto anche“.

I tre motivi per cui detesti il teatro?

Perché è presuntuoso, è arrogante, perché detesto le chiacchiere e i luoghi comuni attorno alla cultura. Detesto che il teatro si creda cultura, quando in realtà è un piccolo buco di mondo dove nessuno ci va e non è vero che arriva a tutti. Mi dispiace la presunzione con cui viene fatto. Anche questo tema della censura mostra un certo tipo di arroganza perché credere che noi siamo paladini della verità, della giustizia, nemici della censura, io mi guardo attorno e dico che non è affatto vero, siamo liberissimi di dire quello che vogliamo. C’è una citazione di Kraus che mi piace molto: la libertà di pensiero c’è, il problema è che manca il pensiero. Ed è esattamente quello che penso del teatro: in realtà siamo liberissimi di dire quello che vogliamo, ma non sappiamo quello che vogliamo dire“.

Però è singolare che la Biennale, che ha iniziato a dedicarsi alla musica, al cinema e al teatro in pieno periodo fascista quando c’era la censura, abbia proposto questo tema.

Antonio Latella (direttore del Settore Teatro in Biennale, ndr) ha spiegato questa decisione. È chiaro che la censura si può declinare in tantissimi modi e quindi diventa censura qualsiasi decisione, qualsiasi atto che nega la nostra possibilità di andare in scena. Quindi, essendosi lui rivolto principalmente a un gruppo di artisti giovani, emergenti, aveva in mente soprattutto la censura di tipo economico, perché effettivamente, è un dato di fatto, che noi lavoriamo poco e con difficoltà perché i soldi non ci arrivano. Questo è vero. Detto questo, questa è una questione da discutere eventualmente, ma non mi sembra interessante per farci uno spettacolo. In secondo luogo, poi, il problema più grande – e anche questo pure lo dico nello spettacolo – è che io pure se potessi scegliere, io sarei censorio senza nessuna indulgenza verso quasi tutti i lavori di teatro che vedo. Quindi di conseguenza non la sento come ingiustizia, cioè mi censurerei anche da me, nel senso che non toglierei mai spazio a quelli che il teatro lo fanno, i grandi del teatro verso cui tutti si scagliano per darlo a me, penso che devo farne ancora di strada per arrivare a quel punto, quindi non la trovo un’ingiustizia, anzi mi piacerebbe che ci fosse una censura maggiore per poterci lottare. Ecco quello che manca al teatro è un po’ di competizione, un po’ di sana competizione, sportiva proprio“.

Sei così critico sul teatro, ma lo conosci anche molto bene. La Biennale è un palcoscenico internazionale: quali i tuoi obiettivi professionali?

Ho ricevuto questo premio qui adesso, assegnato da una giuria internazionale (composta da quattro critici e studiosi di teatro: Maggie Rose, corrispondente di Plays International, Susanne Burkhardt, corrispondente di Deutschlandfunk Kultur, Evelyn Coussens, del quotidiano De Morgen, Justo Barranco, del quotidiano La Vanguardia, ndr), ovviamente uno chiude gli occhi e un pochino sogna che possa aprire delle piccole strade e dei piccoli ponti con l’estero che sarebbe un risultato straordinario. Credo anche che poi questo spettacolo possa effettivamente godere di una circuitazione estera, ma sto parlando proprio volendo sognare in alto, perché è uno spettacolo abbastanza immaginifico, visionario, pieno di immagini in cui la parola c’è ma non fa da padrona quindi è facilmente sottotitolabile anche perché spesso è una parola che è più una parola ritmica, è più una parola che va in accordo con tutto il resto che su questo muro accade, quindi è quasi una parola da visualizzare più che da comprendere, a parte alcune scene ovviamente che andrebbero sottotitolate. Quindi sì certo, mi piacerebbe moltissimo poter un attimo tirare giù il muro di confine tra l’Italia e l’Europa“.

Saresti anche in grado di recitare in lingua inglese?

No, io assolutamente no. Però io non recito e il problema non me lo pongo. L’attrice che ho, Paola Giannini, credo assolutamente, l’ho vista fare di molto peggio! È straordinaria“.

Quindi non ti si vede in “Glory Wall”?

C’è solo la voce di Paola che recita, io sono in scena dietro al muro insieme a una piccola squadra di performer e diamo vita a questo muro sostanzialmente, però l’attrice protagonista è Paola ed è lei che tiene lo spettacolo per quanto riguarda la parola“.

Rispetto all’emergenza sanitaria il protocollo in atto vi dà sicurezza?

A me personalmente ti direi che io ho una situazione abbastanza particolare perché avendo messo in scena un muro e poi lavorando sempre con la stessa squadra che è una squadra di persone che io poi fondamentalmente frequento tutti i giorni, tutto il giorno, e potrei dire che siamo quasi congiunti – questo termine pandemico -, sì, io mi sento abbastanza sicuro. Adesso quali siano le costrizioni a cui vanno incontro gli altri, non lo so. Poi alla Biennale ho visto spettacoli con attori che recitano senza mascherina mantenendo però il distanziamento a meno di non firmare un’autodichiarazione che diceva fossero appunto congiunti o comunque molto stretti da potersi avvicinare. Comunque io non mi sento particolarmente in pericolo. Per quanto riguarda il pubblico, so che il Vascello adesso ha previsto un distanziamento anche molto largo, nel senso che ci sono addirittura una fila sì e una fila no invendute, cioè la metà delle file sono invendute, e all’interno delle file ovviamente i posti sono distanziati, quindi la capienza si riduce di oltre la metà. In teatro poi è ovviamente obbligatoria la mascherina. Noi, comunque, recitiamo dietro un muro che mi sembra una delle mascherine più impenetrabili che esistano!“.

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