Elio Germano, attore curioso e duttile

“Non sono un attore ma faccio l’attore, perché fare l’attore è un mestiere come gli altri, non è che la nostra vita deve per forza essere impregnata di questo. Ciò significa indipendenza fisica e mentale”, Elio Germano si racconta in una chiacchierata online sulla Pagina Facebook di ShorTS, International Film Festival, la manifestazione cinematografica triestina. Ripercorre la sua carriera iniziata con “Ci hai rotto papà” e “Il cielo in una stanza” e continuata con grandi titoli e riconoscimenti, nella quale ha interpretato tra gli altri anche grandi personaggi della cultura come Giacomo Leopardi in “Il giovane favoloso”, Nino Manfredi in “In arte Nino” e, da ultimo, Antonio Ligabue in “Volevo Nascondermi”. “Il trucco mi ha aiutato molto, è stato un viaggio incredibile girarlo, Ligabue è un personaggio infinito”.

Il 2020, però, è stato anche l’anno di “Favolacce”, una favola nera, di Damiano e Fabio D’Innocenzo. “Non riesco mai a capire l’effetto sul pubblico di un film se non quando esce. A me resta l’esperienza prima e sono legato anche a film che non sono piaciuti. Al di là che sia piaciuto, sono legato al ricordo di come è stato girato ‘Favolacce’ con i D’Innocenzo che sono cineasti che non vogliono dimostrare niente a nessuno e mettono in campo la propria umanità: vanno dritti alle cose da raccontare, anche, come in questo caso, le fragilità”.

“L’enorme curiosità e duttilità che mi divora mi rende pronto a fare tutto come attore, ma mi piace anche dedicarmi ad altro come alle Bestie Rare”, gruppo rap romano nato verso la fine degli anni ’90, composto da tre voci e un dj: Jhonny Para (voce), Elio Jazz Germano (voce), Matt Plug (Voce e Beat maker), Dj Amaro (alla consolle).

Durante la Masterclass interviene anche il produttore e art director Omar Rashid con cui Elio Germano ha realizzato “Segnale d’allarme”, la trasposizione in realtà virtuale de “La mia battaglia”, opera teatrale scritta da Chiara Lagani. “L’approccio da subito è stato quello di trasformare l’esperienza tecnologia individuale in collettiva. Sottolineo – dice Rashid – che si tratta di una trasposizione e che, punto di forza, è l’immersione totale del pubblico con un visore. Arriviamo a fare fino a sei spettacoli al giorno. Questo è un linguaggio che si aggiunge ma che non toglie niente alle altre arti, né al teatro né al cinema: è un arricchimento”. “Questa esperienza è collettiva e contemporanea: si parte e si torna insieme per una sala, che è il centro dello spettacolo. Gli spettatori col visore sono inchiodati, stanno zitti, non guardano il cellulare, non hanno vie di fuga – racconta Germano -. Non so cosa succederà a questa modalità, ma già stiamo cercando sia cinema che teatri, anche abbandonati, e trasformarli in sale virtuali con i visori”.

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