“Il signor giardiniere”, il contrasto tra la vanità della società e l’essenza della vita

Non pensavo di trovarmi di fronte ad un libro che affrontasse il tema della morte nella nostra società quando il mio compagno ieri sera mi ha proposto di leggere “Il signor giardiniere”, opera prima del francese Frédéric Richaud. Da un ambientalista per eccellenza mi aspettavo una proposta che mi facesse imbattere in una “Greta” ante litteram, visto il titolo e la quarta di copertina dove si illustra un devoto della natura alla corte del Re Sole nella reggia di Versailles. Sono così colta di sorpresa dalle argomentazioni di questo romanzo uscito nel 1999 quando dalle amene descrizioni della bontà dei frutti che la terra ci offre passa all’inadeguatezza dell’uomo nel pensare che la vita abbia una fine. In una sera di questa quarantena che ci coinvolge tutti, mando giù difilato circa 150 pagine che partono da merletti e lustrini reali per arrivare a toccare la saggezza del mondo: la fatica di costruire e la facilità con cui si può spazzare tutto via in un soffio, e quanto menti distratte vivano come se dovessero esistere per sempre maltrattando, invece di custodire, ciò che andrebbe sempre cullato e rispettato. “Il signor giardiniere” è proprio il testo che in queste ore di emergenza sanitaria non avrei voluto leggere, per due motivi differenti nel tempo: all’inizio perché in questi giorni ho difficoltà a concentrarmi su libri di storia che mi raccontano di un mondo con cui in questa situazione non sento più tanta corrispondenza, e successivamente perché mi ha costretto a riflettere sulla vanità della società che distrae dall’essenza della vita dovendone prendere inesorabilmente atto. Questa mattina ho ringraziato il mio compagno per questa lettura così preziosa. Ancora grazie.

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