L’artista sognatore Giovanni Arezzo sul set londinese è un clochard che tiene testa alle occhiate di odio lanciate da Dominic Chianese

“Sono in Sicilia, a Ragusa, nella mia città d’origine. Ero qui quando siamo stati messi tutti in quarantena”, tutti dicono che è uno straripare di parole, ma questa volta parla al telefono in maniera cadenzata. All’anagrafe ha 35 anni, ma ne dimostra molti di meno. È Giovanni Arezzo, attore, regista e musicista. Ama esibirsi soprattutto a teatro. In questi giorni di emergenza sanitaria, chiuso in casa, è tornato a scrivere, soprattutto canzoni. Da qualche giorno è su YouTube “Hungry Birds”, short film scritto e diretto dal filmmaker suo conterraneo Raffaele Romano, girato nel 2018 a Londra e che lo vede recitare accanto a Dominic Chianese de “I Sopranos”. Il corto apre la finestra sul mondo dei clochard. Ha ricevuto molti consensi e riconoscimenti prestigiosi girando di festival in festival, ed in particolare è stato insignito del Best Indie Short al Los Angeles Film Awards.

Come sei stato coinvolto nel progetto “Hungry Birds”?

“Raffaele, più giovane di me, è anche lui di Ragusa, città piccola dove ci conosciamo un po’ tutti, a maggior ragione chi ha gli stessi interessi. Raffaele è molto talentuoso, quando ha avuto la possibilità di avere Dominic Chianese come uno dei due protagonisti per questo corto mi ha proposto l’altro ruolo. Era l’estate 2018, lui era a Londra ed io l’ho raggiunto per iniziare le riprese a settembre”.

Com’è stato recitare con Dominic Chianese?

“È stata un’esperienza gigantesca. Lui è straordinario, una pagina di storia del cinema. Mi sono trovato ad avere a che fare con una persona gentilissima. L’iter della nostra conoscenza è stato molto particolare. Ci siamo incontrati la prima volta la sera prima di girare in un pub con tutta la troupe per pianificare le riprese del giorno dopo, e in quel momento lui si è mostrato molto umile. L’indomani di set, invece, sin dalla sala trucco era già nella parte, quindi mi ha a stento salutato e mi ha lanciato un paio di occhiate di odio vero, quindi non ci siamo rivolti più la parola per tutto il giorno se non per le battute di scena. Poi, quando ha dismesso gli abiti di questo ricco signore inglese ho visto il suo volto diventare dolcissimo dimostrandomi la sua stima. È stato emozionante”.

Come ti sei calato nel tuo personaggio, quello di un clochard?

“Già leggendo la sceneggiatura ho cercato di interrogarmi su cosa potesse spingere un giovane uomo a scegliere questo tipo di vita, tra costrizioni e decisioni volontarie. Poi quando sono arrivato a Londra, ho avuto modo di vedere come lì i senzatetto fossero ad ogni angolo, li ho osservati, ho parlato con alcuni di loro e ho cercato di capire cosa li rendesse diversi notando quanto avessero dei ritmi differenti rispetto alla confusione della città, una malinconia e una luce strana negli occhi li accomunava tutti. Ho cercato di studiarli e poi mi sono affidato alla sapiente direzione di Raffaele Romano che è riuscito a fondere le sue idee chiare e decise alla mia libertà interpretativa. Molte delle scene che abbiamo girato, soprattutto quelle in cui interagisco con i passanti erano fatte in modo tale che le altre persone non sapessero che si trattava delle riprese di un film, perché le telecamere erano molto lontane, avendo degli zoom particolari che riuscivano a riprendere la scena non essendo viste. Io ero sulla strada e la gente non sapeva che ero un attore che stava girando un film”.

Quindi non si è fermato quasi nessuno come si vede nel corto?

“Davvero in pochi. Ma è stato in ogni caso emozionante interagire con queste persone che credevano io fossi davvero un barbone. Alcune sono state molto carine con me. Una ragazza mi ha portato una coca cola mentre ero seduto vicino a un pub. È difficile spiegare quanto sia stato potente emotivamente essere in giro per due giorni a Londra con quegli abiti. Mi sono calato in questa parte cercando di essere quanto più possibile onesto nei confronti di chi vive questa realtà così estrema. Quando ho visto il film completo mi sono commosso”.

I soldi che i passanti ti hanno lasciato li hai restituiti?

“Tutto quello che ho raccolto l’abbiamo ridistribuito ai clochard. Sono andato vestito da barbone a dare i soldi agli altri senzatetto, e loro mi guardavano smarriti, non capivano perché io barbone fossi così generoso con loro e non tenessi tutto per me”.

Un’esperienza quindi umanamente ricca a dispetto del significato del corto?

“Sì, anche se come sottolinea il film la maggior parte della gente mi ha ignorato, è passata accanto a me senza nemmeno guardarmi. Londra è piena di homeless e la frase che ripeto sempre nel film – ‘Hai qualche moneta per favore? Me la puoi dare?’ – fa parte della musica della città, la senti ovunque, è ripetuta come un mantra”.

Da questa esperienza così forte in strada alla realtà odierna di questa emergenza sanitaria così potente dove si vive ognuno riparato nella propria casa: come vivi questo momento? A quali progetti ti stai dedicando?

“Questa emergenza è crollata addosso a tutti dall’oggi al domani. Sono tanti i progetti che ho dovuto abbandonare per forza di cose. Mi sono saltate tantissime date a teatro e spero di recuperarle. Sarei ad esempio dovuto venire a Roma in questi giorni con uno spettacolo su Chet Baker, il più celebre trombettista bianco, un monologo in cui partendo dal momento della sua morte ripercorro tutta la sua vita con la sua musica. Non potendo quindi muovermi fisicamente lo faccio col cervello. Seguo un corso di drammaturgia online dell’autore palermitano Rosario Palazzolo ed ho ripreso in mano altre passioni come la musica che ultimamente, preso dalla frenesia del teatro, avevo trascurato. Sto scrivendo nuove canzoni che firmerò come Soulcè, così sono conosciuto nell’ambiente. Anche se ammetto che non vedo l’ora di tornare sul palcoscenico, mi manca tantissimo il contatto col pubblico”.

Nel tuo curriculum spicca che hai lavorato anche ne “Il commissario Montalbano”…

“Ho girato la puntata ‘La pista di sabbia’. ‘Il commissario Montalbano’ si gira prevalentemente nella mia provincia, quindi lo seguo da sempre, sono un fan. La mia terra è un set di tanti film, ma ‘Il commissario Montalbano’ è il prodotto audiovisivo di maggiore successo, guardato in tutto il mondo. Era un mio sogno riuscire a recitare in questa serie e, anche se ho fatto un ruolo piccolo, ne sono molto contento. Ho recitato accanto a Luca Zingaretti ed è stata una bella esperienza”.

Mi lasci con un verso di una tua canzone?

“Così su due piedi? Lasciami pensare un secondo…”.

Certo, tutto il tempo che vuoi.

“Ce l’ho. Ecco. ‘C’è una ferita buttaci il sale. Non mi emoziono quando il contagiri sale. Tu che ti giri chi sa se sogni, no. Chissà che sogni che sai fare’. È la quartina finale di una canzone che s’intitola ‘Araba scalza’ che è contenuta nel mio primo disco ufficiale che ho realizzato in coppia con Teddy Nuvolari che è il mio socio: lui si occupa delle musiche, io dei testi”.

Ad maiora Giovanni!

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