Francesco Branchetti: “La precarietà dell’attore è simbolo di un’intera società”

“È uno spettacolo che ci fa entrare in un mondo pieno di fascino che è quello del teatro”, così Francesco Branchetti su “Un grande grido d’amore” di Josiane Balansko con cui dal 10 gennaio sarà in tournée ancora una volta al fianco di Barbara De Rossi. La prima nazionale è al Teatro di Treia (in provincia di Macerata), l’ultima replica è prevista il 16 maggio a Ronciglione (Vt). Le musiche originali sono di Pino Cangialosi. “Lo spettacolo, oltre che fascinoso, è anche molto divertente, perché i protagonisti sono costruiti con capacità magistrale dall’autrice Josiane Balasko. Racconta di personaggi straordinariamente divertenti per il carattere, ma anche per le rocambolesche situazioni in cui la scrittrice li fa trovare. È un testo estremamente esilarante sin dalla prima lettura, e spero lo sia anche nella messinscena per il pubblico che avrà la possibilità, oltre che di passare una serata di divertimento, di conoscere un po’ più dall’interno il mondo del teatro. L’opera è la storia dell’allestimento di uno spettacolo teatrale tra le prove, la costruzione della scenografia, gli attori e gli agenti degli attori”.

Francesco Branchetti, da regista e protagonista, ritiene che l’accento di questa pièce sia posto più sulla società dello spettacolo o sulle fragilità e debolezze degli attori?

“Su entrambe le cose. Sono le due aree su cui s’incentra il testo: sicuramente le instabilità, i tic, i vizi, le manie, l’ego degli attori; sicuramente la società dello spettacolo”.

È una commedia universale, o si trovano, visto che l’autrice è francese, degli echi della scuola d’Oltralpe?

“Uno spettacolo universale, in una maniera straordinaria, ci si può riconoscere un americano, un italiano, veramente chiunque”.

Chi sono i personaggi interpretati da lei e Barbara De Rossi?

“Sono due attori, Hugo Martial e Gigì Ortega, che sono stati una coppia nel passato e anche una grande ditta teatrale per cui hanno avuto uno straordinario successo. Si ritrovano dopo tanti anni di nuovo a lavorare insieme e questo fa scaturire delle situazioni molto divertenti, nuovi scontri. È un rapporto che burrascoso era, e burrascoso rimane. È molto divertente per l’ego assolutamente stratosferico dei due attori, Hugo Martial e Gigì Ortega”.

Nel mettere in scena questa commedia si è rifatto a dei modelli?

“Io non mi rifaccio mai assolutamente a nessun modello in nessun spettacolo. Amo sicuramente il teatro classico, e mi riconosco nel grande allestimento di matrice classica, anche per quanto riguarda la commedia. Parlo di musiche, luci, scenografie, costumi. Mi sento di appartenere al teatro classico, di tradizione. La nostra è una commedia volutamente classica e questo, secondo me, sottolinea l’attualità e modernità del testo”.

I punti di attualità del testo?

“La precarietà dell’attore, veramente simbolo della precarietà di un’intera società. La società dello spettacolo a volte è specchio di una società dai valori talvolta effimeri, e a volte ci racconta la precarietà magari in una chiave portata all’eccesso, ma sicuramente in questo momento storico è una precarietà che si può allargare: il discorso della precarietà riguarda molti settori, non solo quello dello spettacolo e del teatro”.

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