“Ritratto della giovane in fiamme” apre nuove prospettive alla settima arte

Nessun film prima d’ora era riuscito a raccontare l’amore in maniera così stilisticamente pura come riesce la cineasta francese Céline Sciamma in “Ritratto della giovane in fiamme”. Narra l’affetto tra due giovani nel 1770, la loro intimità e, al tempo stesso, la loro solitudine. Sono la pittrice Marianne (Noémie Merlant) e Héloïse (Adèle Haenel), la ragazza a cui deve fare un ritratto su commissione della madre (Valeria Golino) e di cui si prende cura la giovane ancella Sophie (Luana Bajrami). In due ore il film descrive la nascita e lo sviluppo dell’amore tra le due donne in un’armonia solidale, senza giochi di dominio nella coppia, e con un dialogo fatto soprattutto di sguardi, in cui l’una cerca di conoscere il mondo dell’altra. Tutto questo avviene con intensità posando i riflettori sull’amore ideale, e senza dire o voler enunciare che l’unico amore possibile, di parità e rispetto reciproco, può esserci solo tra due persone dello stesso sesso, anzi, ad un certo punto, ci si dimentica che la coppia è formata da due donne. Vero è però che il film descrive la condizione femminile di un destino segnato dalle regole sociali. Ci sono donne relegate in convento, donne costrette a sposarsi con uomini che non hanno scelto, donne dedite tutta la vita a servire in una casa, e donne che cercano di realizzarsi come artiste ma a cui sono negate le uguali possibilità di affermazione che hanno gli uomini. Céline Sciamma, che è sceneggiatrice e regista di questa storia, sottolinea i passi avanti e indietro sulla scala dell’emancipazione femminile curando il più piccolo dettaglio. Ad esempio, evidenzia le tasche presenti negli abiti femminili di fine Settecento che in seguito, nel XIX secolo, saranno proibite perché le donne non dovevano nascondere nulla. Porta sul grande schermo la scena di un aborto, e lo fa con tutta la tenerezza possibile, come pure restituisce agli occhi una tela che ridisegna l’interruzione di gravidanza. Le scelte stilistiche sono tutte molto rigorose, c’è un lavoro di sottrazione per far parlare solo i sentimenti e le emozioni. Non c’è musica a sottolineare i movimenti interiori, anzi le note sono presenti solo se anche le protagoniste le ascoltano, sia che siano le onde del mare, sia le mani che si muovono sulla tastiera, sia il canto di donne che si leva al cielo nella notte. Si parla d’arte nella misura in cui le donne allora potevano prenderne parte, e lo si fa con un’altezza di spirito incredibile tanto da riuscire a scrivere una delle più belle pagine critiche sul mito di Orfeo ed Euridice. Non ci sono conflitti esasperati nel film, eppure l’attenzione dello spettatore resta sempre alta: vederlo è come guardare una tela nel suo svolgersi. Candidato come miglior film straniero ai Golden Globes 2020, “Ritratto della giovane in fiamme” a Cannes ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura. In Italia esce il 19 dicembre carico di poesia e di un linguaggio inedito, aprendo nuove prospettive alla forma e al contenuto del racconto.

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