Paolo Grassi, una lezione sul pubblico servizio del teatro

“Oggi il denaro è al centro di ogni attività culturale, un approccio che Paolo Grassi avrebbe avversato, non avrebbe gradito che a capo dei teatri ci fosse un uomo del marketing, per lui il teatro era una fucina di cultura”, chiude con queste parole il documentario “A lezione da Paolo Grassi”, una produzione Sky Classica Hd, in onda stasera (11 dicembre) e proiettato in anteprima a Roma, in Senato (in Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani), in occasione della cerimonia a lui dedicata alla presenza della figlia Francesca. Quelle parole sono state pronunciate da Carlo Fontana, presidente Agis, una sorta di Virgilio nel documentario, e cerimoniere perfetto in una mattinata che ha visto avvicendarsi al microfono Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro di Milano, Antonio De Poli, questore del Senato, Alessandra Carbonaro, parlamentare della Commissione Cultura alla Camera, Onofrio Cutaia, direttore generale per lo spettacolo dal vivo del Mibact, Valentina Garavaglia, prorettore alla Didattica Università Iulm che con Paolo Gavezzeni ha curato il documentario. A cento anni dalla nascita (Milano, 30 ottobre 1919), tutti hanno lodato di Paolo Grassi la vita vissuta in nome della bellezza, della poesia e del teatro, un teatro che per lui doveva essere di “pubblico servizio”, fondando il primo Teatro Stabile, municipale. Grassi è stato descritto come l’archetipo del manager culturale, con un’attenzione e sensibilità ai giovani talenti, in un continuo lavoro di ricerca e sperimentazione. Tutti concetti questi che sono stati messi a fuoco nel documentario che si fa vera e propria mappa delle idee di Grassi attraverso la sua grande opera: nel 1947 insieme a Giorgio Strehler fondò il Piccolo Teatro di Milano quando era sindaco Antonio Greppi; dal 1972 al 1977 fu sovrintendente del Teatro alla Scala; dal 1977 al 1980 è stato presidente della Rai; in ultimo, diresse la casa editrice Electa. Morì prematuramente a Londra il 13 marzo 1981. Per Grassi, l’arte ha funzione sociale e civile ed è rivolta a tutti i cittadini, al di là della bellezza formale. Grassi ha sempre visto la cultura come lente d’ingrandimento della realtà, per osservarla e trasformarla. Oggi si parla tanto di portare la cultura nelle periferie, quando Grassi a fine anni Sessanta s’inventò il Teatro di Quartiere e, in tendoni allestiti ad hoc, portava in zone come il Gratosoglio spettacoli di spessore come quelli di Carla Fracci e Franco Parenti. Quando nel 1969 il teatro era considerato borghese e passatista dai giovani, lui si confrontava pubblicamente con loro. Come critico sotto il fascismo aveva sofferto per quell’Italietta che non sapeva guardare oltre i propri confini, così nel Dopoguerra strinse rapporti soprattutto con Francia e Inghilterra, trasferendo all’estero l’esperienza del Piccolo e facendo conoscere al mondo intero l’Arlecchino servo dei due padroni allora interpretato da Marcello Moretti. Sempre ascoltando democraticamente le diverse voci, per lui uno solo doveva dirigere il teatro, anche se poi il suo incarico poteva essere messo in discussione dall’assemblea. Di origini pugliesi, si è sempre definito un meridionalista: non voleva una Milano torre d’avorio in un’Italia culturalmente sottosviluppata. Sarebbe inorridito oggi davanti ai dati che documentano nel nostro Paese un milione 200 mila ragazzi sotto la soglia educativa. Possedeva un sistema di valori chiaro e consolidato per cui il suo approccio alla cosa pubblica era pieno del senso di rispetto. Vitale per lui era il rapporto dialettico tra l’arte e il potere, con l’arte presidio della libertà d’espressione. Da presidente Rai, voleva una Rai3 che raggiungesse tutto il Paese con un progetto politico culturale e un’idea della grande esperienza artistica del calibro dei film di Federico Fellini ed Ermanno Olmi. In Rai, che considerava una palude, disse di aver conosciuto il lato oscuro della politica. Si sentiva un riformista, non un funzionario. Così, disgustato dalla iperpoliticità, se n’è andato protestando di essere arrivato al Piccolo e alla Scala da solo, senza patti di partito. Per lui tutto poteva andar bene, a condizione però ci fosse utilità pubblica.

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