“Tecniche d’evasione”, dall’Ungheria una lezione di libertà

Sándor Pinczehelyi non ha perso la voglia di protestare; Judit Kele osserva che è passata da una mancanza di libertà ad un’altra, cioè dal giogo del potere politico a quello del potere economico. Pinczehelyi e Kele sono due degli artisti in mostra – ancora fino al 6 gennaio 2020 – a Palazzo delle Esposizioni a Roma, quali esponenti dell’avanguardia ungherese degli anni ’60 e ’70, nella collettiva “Tecniche d’evasione”, a trent’anni dalla caduta del muro di Berlino e della Cortina di Ferro. Sándor precisa di non fare di tutta l’erba un fascio perché l’arte non è uguale in tutti i paesi del Blocco sovietico. In Ungheria gli artisti negli anni ’60 e ’70 esprimevano il dissenso al potere soprattutto gabbandolo e rendendolo inerte. Qualche esempio? Impossibile negare il timbro postale a cartoline apparentemente innocue, di semplici saluti, quando in realtà rappresentavano il viaggio negato ai più che si andava realizzando con la posta nel passaggio dall’Ungheria ad un’altra nazione: “Io sono qui, tu sei là”. Il potere pratica il culto della felicità e del benessere? Ci si mostra malinconici e infelici. Una donna in pubblico imbarazza il sistema che la vuole tutta dedita alla casa? Lei si mostra nuda, spogliandosi delle sovrastrutture di un mondo maschilista. Dall’Ungheria arriva, dunque, una autentica lezione di libertà attraverso l’ironia, l’intelligenza, il sarcasmo.

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