A Roma è uno scrigno tutto da scoprire il Parco archeologico del Celio con il Museo della Forma Urbis. È un luogo di interesse storico-archeologico che non è per un consumo “mordi e fuggi”. Ogni reperto parla più di quanto si possa immaginare ed il messaggio non è istantaneo, va compreso concedendosi il giusto tempo. I reperti raccolti nel verde concedono di lasciarsi andare ad un’amena passeggiata e raccontano di una città in continua trasformazione, tra edilizia pubblica e privata. In più, la Forma Urbis evidenzia la meraviglia che desta una Roma in continua evoluzione, sempre con l’anelito ad una grandezza palpabile.

L’area in questione fu destinata dalla seconda metà dell’Ottocento ad una sorta di deposito e transito di reperti archeologici in una città che voleva far posto ad una nuova edificazione per l’Italia postunitaria. Di questo tratto distintivo ne è un esempio Porta Flaminia, dove furono abbattute le torri adiacenti al fornice principale per renderla ancora più imponente come ingresso alla città e, nel fare questo, vennero scoperti tantissimi reperti, soprattutto funerari, che nelle immagini scolpite e nelle iscrizioni parlano della Roma quotidiana, al di fuori dalla magniloquenza imperiale, ma pur sempre col piglio di raccontare una storia memorabile del compianto estinto. Dopo tutto, questi defunti erano abitanti di una città che ha mantenuto e conservato, dopo i fasti dell’antica Roma – quindi gli anni dei sette re, quelli della Repubblica e quelli degli imperatori -, il vezzo della magniloquenza, prima con il Papato e poi, dopo la breccia di Porta Pia, con i governi che seguirono all’Unità d’Italia. Specchio di ciò è la planimetria della città risalente all’inizio del III sec. d.C. che, per gli storici, non doveva avere un carattere pratico, perché di scarsa leggibilità, ma solo di stupore: era, infatti, collocata su una parete a 4 metri da terra estendendosi per circa 13 metri in altezza e 18 metri in larghezza. Il suo nome, “Forma Urbis”, nonostante il latino, è un termine moderno, ma ricalca quello che di fatto è: la “pianta dell’Urbe”.

Fu incisa su 150 lastre di marmo, che vennero applicate ognuna alla parete con perni di ferro, e fu esposta inizialmente nel Tempio della Pace (completato nel 75 d.C. da Vespasiano). Il primo e più notevole rinvenimento di questa grandiosa planimetria è del 1562. Ad oggi sono stati rinvenuti circa 700 frammenti e circa 200 sono stati identificati. Per essere letta al meglio, l’attuale collocazione è sul pavimento, dove la Forma Urbis è protetta da una lastra calpestabile e trasparente che lascia al visitatore la possibilità di apprezzare l’ampiezza della città già duemila anni fa, riconoscerne i monumenti più importanti, osservare il settore marmoreo meglio conservatosi che è quello rappresentante il quartiere Testaccio. Davanti a tanta perizia e bellezza, non si riuscirebbe a notare quei piccoli errori dovuti soprattutto al momento della giunzione dei diversi settori, come se si trattasse di un grande puzzle, se una bacheca con tanto di “Oops!” non richiamasse l’attenzione del visitatore, evidenziando ciò per correttezza storica e trasparenza metodologica.

Nel suggestivo tuffo in questa Roma che a due passi dal Colosseo mostra uno dei suoi lati meno conosciuti, le epoche che si sono sovrapposte risuonano anche nella scritta “Opera nazionale Balilla” conservatasi su un edificio. Nell’amenità della passeggiata nel verde, mirando effigi di brocche, carri e festoni, capita anche di essere ridestati al presente dal passaggio del tram. Nel 1929 lo storico dell’arte e architetto Antonio Muñoz definì questo luogo come il “purgatorio degli oggetti archeologici in attesa della più nobile destinazione nelle celebri raccolte del Campidoglio”. Dopo quasi un secolo, si può dire che i reperti rimasti sono in paradiso!




